Università chiuse, viaggio nella dotta (e spettrale) Bologna

Università chiuse Bologna palazzo Malvezzi

30 giugno 2020. Università chiuse, mondo aperto. La fase attuale (2, 3…?) si potrebbe riassumere così. I runner, spauracchio dei giorni del lockdown, possono tornare in palestra, gli altri possono popolare di nuovo pub, ristoranti e centri benessere, ma non le università. Si può mangiare, tagliarsi (finalmente) i capelli da un parrucchiere, riaggiustarsi le sopracciglia da un estetista, comprarsi un vestito al centro commerciale. Studiare, però, no. O meglio, si può fare, ma ognuno a casa propria. Con le università chiuse, lo studio è diventato una questione privata, personale.

I pomeriggi in sala studio o in biblioteca con gli amici sono un lontano ricordo, quasi un miraggio. Poche università, tra cui La Sapienza di Roma, hanno previsto un graduale ritorno alla normalità già per le sessione estiva. Per la maggior parte degli studenti, invece, resta la modalità online. Esami online, lauree online. Università chiuse. Come se l’isolamento non fosse mai finito.

L’Università di Bologna ha rimandato tutto a settembre. Adesso, nella città universitaria per eccellenza, il clima è quasi surreale. Alle 9 e mezzo in piazza Maggiore si fermano in pochi e ancora meno si siedono a fare colazione davanti a un gigantesco cartellone pubblicitario di Barilla (e l’installazione per Patrick Zaky?). Via Zamboni è praticamente deserta. Potrebbe essere colpa del caldo, ma il punto è un altro: con l’università chiuse, i pochi studenti ancora in circolazione non sfidano l’afa della città dotta. In piazza Verdi, oggi, mancano addirittura i tossici. Senza i ragazzi seduti a terra con le birre davanti alle gambe, forse li noterebbero troppo, si sentirebbero osservati. Qualcuno, ai piani alti di Bologna, vari mesi fa voleva vietare agli studenti di sedersi nella piazza: “davanti al teatro comunale non è decoroso”. Immagino che adesso, lo stesso qualcuno, pagherebbe oro per riaverceli, seduti a gambe incrociate, a parlare di esami e affitti salati.

Le sedi storiche sono letteralmente sbarrate. Portoni, porte chiuse a chiave, serrande. Non si entra. In alcuni casi c’è un cartello con un triangolo giallo (disposizioni anti-covid!), in altri un foglio di carta che invita a suonare altrove o a chiamare un numero di telefono per accedere. E qui chi passa capisce che qualcosa non va. L’università è la casa degli studenti, ma da quando per tornare a casa uno deve suonare il campanello o scavalcare il muro del vicino?

Palazzo Poggi, poi, è quasi vuoto. Le lunghe file per un posto, che in sessioni di altri tempi si snodavano sul marciapiede e in strada, sono state spazzate via dal virus. Oggi si entra subito e si può scegliere anche la postazione (ti serve un computer?), gli studenti che ci sono dentro si contano sulle dita. Questa è una delle tre sale studio recentemente riaperte e nulla fa pensare che nelle altre due la situazione sia molto diversa. In giro si vede solo qualcuno che entra nelle copisterie per stampare dispense e tesi, perché i cfu non aspettano la fine della pandemia.

La settimana scorsa c’era una sala studio autogestita, all’aperto, in piazza Scaravilli. Non ce n’è traccia oggi e anche le proteste dei collettivi sembrano esaurite, per ora anestetizzate dal caldo. Il portone del rettorato, come tutti gli altri, è chiuso. L’estate bolognese, quest’anno, sembra particolarmente arida.

S.B.

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