Maestra d’asilo licenziata: il danno, la beffa e la giustizia

Maestra d’asilo licenziata | Inizia tutto con alcune foto. Nel 2018 una donna invia al fidanzato degli scatti e un video che la ritraggono senza vestiti, in pose provocanti. Poi la storia finisce, ma il materiale resta in memoria. Il ragazzo lo inoltra ad alcuni amici del calcetto e, da una chat all’altra, i contenuti incriminati arrivano sotto gli occhi della moglie di uno di loro. Il tutto si sarebbe potuto concludere con una classica lite coniugale, se la donna non avesse riconosciuto la maestra d’asilo del figlio. Apriti cielo. Fulmini e saette. Orrore. La moglie dell’amico allerta altri genitori, parte la solita macchina del fango. La maestra viene licenziata (o meglio, spinta a dimettersi) dalla direttrice scolastica.

Oltre al danno oltre la beffa, insomma. Non solo una vede gravemente violata la propria privacy, ma deve pure lasciare il lavoro. Come se non fosse vittima di un torto,ma colpevole di qualcosa. Ma di cosa, esattamente? Questa storia, attraverso i suoi protagonisti, suggerisce alcune considerazioni sparse:

  1. l’ex fidanzato, che ha diffuso il materiale senza il consenso della donna, non ha commesso una goliardata o una “ragazzata”, ma un reato. Il revenge-porn, infatti, dal 2019 è un illecito a tutti gli effetti e si configura come la diffusione di materiale sessualmente esplicito senza il consenso delle persone coinvolte. Che abbia mandato il video solo sulle chat del calcetto, per vantarsi con gli amici, anziché caricarlo su PornHub, non cambia la sostanza.
  2. per quelli del “se l’è cercata“, “ha sbagliato a mandare quella roba”: fidarsi può rivelarsi una scelta sbagliata ma non è un reato, diffondere senza consenso invece sì.
  3. far circolare le foto di una ex come si potrebbero scambiare le figurine Panini, è francamente agghiacciante.
  4. la moglie dell’amico che semina zizzania tra i genitori, anziché chiedersi perché il marito abbia sul cellulare determinati contenuti, dovrebbe rivedere le sue priorità.
  5. una maestra non può essere improvvisamente inidonea perché qualcuno ha diffuso senza il suo consenso un video hard, privato. Più che un problema di idoneità, questo è un problema di ipocrisia: si vuole la donna immacolata, che si guarda bene dal far sapere che ha una vita sessuale. Ma ai bambini non sarebbe cambiato niente (girare un video osé non è certo un sintomo di pedofilia o pericolosità), soltanto i genitori (più infantili dei figli) si sarebbero trovati a disagio, come se non avessero mai visto niente di simile. Senza contare che, se ne video ci fosse stato un uomo, si sarebbero fatti solo una bella risata.

A due anni di distanza dai fatti, la giustizia sta facendo il suo corso: la ragazza ha ottenuto un risarcimento dall’ex compagno, mentre la direttrice dell’asilo e la moglie dell’amico sono sotto processo per diffamazione. La giustizia, dunque, sta lavorando, anche se resta l’amarezza per una maestra d’asilo licenziata non si capisce bene per cosa.

S.B.

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revenge porn su Telegram

Revenge Porn su Telegram? È un problema di cultura

Revenge porn su Telegram: la denuncia di Wired

Era un venerdì di quarantena qualunque quando Wired.it ha denunciato « il più grande network italiano di revenge porn »: 21 canali, 43mila iscritti, 30mila messaggi al giorno. Una vastissima rete di revenge porn su Telegram aperta a tutti e piena di orrori. In una parola: nauseante. Tra chi chiedeva foto di dodicenni e chi offriva quelle delle ex fidanzate, come mostrano gli screenshot pubblicati da Wired, non si salva nessuno. Il caso è diventato virale sui social, ma il problema arriva da lontano e ha a che fare con la nostra cultura.

Boldrini: « in giro per l’Europa non è abituale usare donne seminude per vendere yogurt »

Era il 2013 quando Laura Boldrini, allora presidente della Camera, pronunciò un appello a rivedere la figura della donna. Era l’anno della polemica su Miss Italia, per la prima volta non trasmessa dalla Rai, e la deputata chiedeva che delle ragazze italiane fossero messi in risalto i talenti prima del décolleté. Chiedeva di scostarsi finalmente dallo stereotipo della donna “madre o prostituta”. Di allinearsi ad altri Paesi europei, dove “non è abituale usare una donna seminuda per vendere yogurt”.

A sette anni di distanza c’è ancora molto da migliorare perché sopravvive, resistente come l’erba cattiva, l’immagine della donna come oggetto di piacere sessuale. La pubblicità sotto è del febbraio 2019.

Resiste, in altre parole, una cultura maschilista che considera la donna come carne. Da guardare, usare ed esporre a discrezione dell’uomo. Questo è il terreno del femminicidio e del revenge porn.

Revenge porn, che cos’è?

Diffusione nella Rete di immagini sessualmente esplicite, senza il consenso del soggetto ritratto, che di solito è una donna, da parte di individui che intendono così denigrare l’ex partner (Treccani.it)

La logica è tanto elementare quanto disumana: la donna e le immagini del suo corpo sono una proprietà, si possono scambiare come figurine. Ce l’ho, manca. Questo succedeva sui canali di revenge porn su Telegram: i membri chiedevano foto in base alle loro preferenze (per età, minorenni comprese, o per città), per semplice perversione o per vendetta contro le ex fidanzate.

Una questione di disparità

Il revenge porn si nutre poi di una forte disparità tra i generi. Alcune immagini con protagonista un uomo, infatti, non scatenerebbero la pioggia di insulti che invece travolge le vittime donne. Perché il sesso, da sempre, è roba da uomini. Le donne, invece, camminano (vorrei poter dire “camminavano”) su un filo sottile tra l’essere “puttane” e l’essere “frigide”. Dovrebbero essere tutte equilibriste. Farlo sì, ma “normale” e con pudore. Se lo fai strano e ti filmano, poi è colpa tua.

E che la responsabilità sia addossata alla donna lo ha dimostrato la storia di una 40enne di Brescia. Assunta in uno studio, è stata licenziata nel febbraio scorso perché la diffusione di alcuni suoi video intimi avrebbe danneggiato l’attività. Oltre al danno anche la beffa.

Revenge porn, che cosa fare?

Dal 2019 il revenge porn è un reato. Le pene per i colpevoli variano dalla reclusione da 1 a 6 anni a multe da 5 mila a 15 mila euro (art 612-ter codice penale).

Le vittime di revenge porn su Telegram o su un altro canale devono quindi denunciare. L’avvocata Cathy La Torre ha diffuso attraverso il suo profilo Instagram un modello di esposto da usare se si riconoscono foto proprie o di conoscenti su Telegram.

Se siete coinvolte, denunciate. Non lasciate che la vergogna permetta ai responsabili di rimanere impuniti. Non possiamo più stare in silenzio.

S.B.

Leggi anche: l’articolo di Wired completo (qui)