computer e block notes, didattica a distanza

Confessione di una pro DAD

Sì, avete letto bene. Il titolo non mente, non è stato messo lì solo per convincervi ad aprire l’articolo. Chi scrive si dichiara fermamente a favore del mantenimento della didattica mista anche dopo la pandemia. State dunque per leggere le opinioni di una pericolosa pro DAD (dovrei dire pro-didattica-mista, per essere precisa, ma pro DAD è più corto e suona meglio).

Avvertenza: tutto ciò che segue è riferito solo all’università, non ai gradi di istruzione inferiori.

Pro DAD, davvero?

Sì, ma andiamo con ordine. Prima di stilare il mio personale elenco dei lati positivi della didattica mista e a distanza, ho ripercorso mentalmente la mia routine pre-pandemica.

Febbraio-maggio 2019, secondo semestre del mio secondo anno di università. Sveglia alle 6,30, treno alle 7,32 da Prato centrale, arrivo a Bologna centrale alle 8,40 per iniziare le lezioni alle 9 o 9,15. Prima lezione dalle 9 alle 11. Seguivano 4 o 6 ore di studio/pranzo improvvisato/nulla cosmico tra biblioteche e sale studio. Altre lezioni dalle 15 (o dalle 17) alle 19. Treno alle 19,09 con annessa figuraccia quando mi alzavo, un quarto d’ora prima della fine dell’ultima lezione, per andare in stazione: porte e sedie cigolavano tremendamente, puntando tutti gli occhi sulla sciagurata sottoscritta che cercava di dileguarsi in punta di piedi. Chiavi nella toppa di casa alle 20,40 circa.

Questo è stato il periodo più frenetico, gli altri semestri erano un susseguirsi di lezioni (non sempre a orari così scomodi, per fortuna) e corse verso la stazione in stile Speedy Gonzales per arrivare puntuale a lavoro, quando aiutavo un gruppo di studenti a fare i compiti, a Prato. Una quotidianità con l‘acqua alla gola, in pratica, cercando di incastrare tutto e studiando nei ritagli di tempo, nei buchi tra una lezione e l’altra e sul treno.

Va bene, però “fate sacrifici”

Se la didattica mista fosse esistita tre anni fa, avrei potuto seguire da casa la lezione della mattina, dormendo un’ora in più ed evitandomi ore di vuoto e molti pranzi freddi.

A questo punto, però, qualcuno dirà che tutto ciò fa parte del gioco e che dobbiamo fare sacrifici (vedi le dichiarazioni di un docente riportate su Younipa.it), ma personalmente non condivido questa retorica che ci dipinge come dei rammolliti scansafatiche.

Non avrei voluto dormire un’ora in più per fare sogni più belli, ma per studiare meglio. Con la routine sopra descritta, quando arrivavo alla lezione delle 17 ero stanca e riuscivo a prendere solo qualche appunto disordinato. Ero in aula, ma da quelle lezioni in presenza non ho avuto il famoso valore aggiunto che, secondo gli oppositori della DAD, solo la “vera” università darebbe: non mi confrontavo con i miei colleghi, perché ero sempre di fretta e uscivo prima per non perdere il treno; non apprezzavo la spiegazione del professore, perché non riuscivo a concentrarmi abbastanza.

Qual era, dunque, il risultato dei “sacrifici”? Stavo fuori casa più di 14 ore, per poi dover recuperare molte cose destreggiandomi tra registrazioni passate sottobanco, appunti altrui e libri.

La matematica degli affitti

Forse, secondo i paladini dei sacrifici, avrei dovuto sacrificarmi ancora di più e chiedere un enorme sforzo economico alla mia famiglia per trasferirmi a Bologna. Nel 2019, però, potevamo considerarci fortunati se trovavamo un posto letto, in stanza condivisa ovviamente, per 250 euro al mese. Spese escluse, chiaro. Troppo per me.

La mia famiglia, infatti, ricadeva nel mucchio di quelli ricchi abbastanza da non avere una borsa di studio regionale, ma non a sufficienza per pagare un affitto a Bologna per cinque anni. Generalmente, a questo punto qualcuno mi dice che in ogni caso la DAD non può essere la soluzione. Bisognerebbe aumentare le borse di studio, o trovare un altro modo per abbassare i prezzi degli affitti. Ma quale? In cinque anni di università, non ho visto nessuna soluzione.

Inoltre, un affitto a prezzo calmierato o un improvviso raddoppio delle borse di studio avrebbe migliorato la mia situazione, ma questo non vale per tutti. Ci sono, infatti, studenti genitori, caregiver, lavoratori che non possono mollare tutto e trasferirsi, nemmeno con una borsa di studio. Sono studenti che hanno priorità diverse, ma che hanno lo stesso diritto allo studio degli altri.

I Cinque Punti della didattica mista

Alla luce di tutto ciò, ho fatto una piccola lista riassuntiva di quelli che, secondo me, sono i principali punti da considerare quando si parla della didattica mista.

  • La didattica mista non toglie niente a nessuno: non sostituisce l’università in presenza, ma la integra.
  • Dà allo studente la possibilità di gestire il suo tempo e di scegliere in base alle sue esigenze.
  • Azzera il tempo degli spostamenti per chi segue in DAD, agevolando gli studenti che devono conciliare lo studio con il lavoro o la cura di un familiare, chi vive lontano dall’università e chi ha problemi di salute che rendono difficile spostarsi.
  • La didattica mista consente a tutti di scegliere il corso dei loro sogni nell’università che preferiscono, anche a 500 chilometri da casa, senza dover rinunciare se l’impossibilità di pagare l’affitto o la situazione personale/familiare non permettono di trasferirsi.
  • Valorizza gli investimenti fatti nella digitalizzazione delle aule in questi due anni (leggi: con tutti i microfoni e le telecamere acquistate, che ci dovremmo fare?)

S.B.

Leggi anche: Didattica a distanza, apologia della DAD

Facebook down

Facebook down, un pomeriggio in stile 2003 tra disperati e felicissimi

Era un lunedì come tanti, poi metà del nostro mondo digitale è andata fuori uso. Mezza giornata senza WhatsApp, Facebook e Instagram. Praticamente non sapevamo più come comunicare. Con il grande Facebook down, il nostro pomeriggio è diventato strano. Twitter, improvvisamente pieno di ventenni, ha avuto sei ore di gloria e probabilmente pure Telegram ha fatto la sua parte.

Ma, se volevamo dire qualcosa di urgente a una persona, abbiamo dovuto telefonare. Telefonare, come i genitori. Che roba particolare. Ora c’è pure uno studio che mette nero su bianco che noi Millennials odiamo telefonare. Per quel che mi riguarda, è vero. Non chiamo mai, se posso mandare un messaggio o una email, e adesso che pare sia un qualcosa di generazionale mi sento pure meno in colpa. Sul fatto che questo ci renda una ‘generazione muta‘, come ci chiamano quei ricercatori nel loro report, però, mi permetto di dissentire.

Se poi proprio non volevamo chiamare, l’altro ieri, dovevamo usare gli sms. Chi se li ricordava più questi dinosauri della comunicazione? Personalmente, credo che Tim e Poste Italiane siano le uniche due (non) persone di cui ho letto un sms negli ultimi 5 anni, almeno.

Insomma, per un pomeriggio ci siamo dovuti arrangiare a comunicare come si faceva prima che WhatsApp esistesse. Niente instant messages, niente ultimi accessi e spunte blu di lettura. Tre squilli a vuoto, due sms persi nel nulla cosmico. Un piccione viaggiatore, per chi lo aveva nel cortile. Come nel 2003, quando Marck Zuckerberg si girava i pollici da qualche parte, pensando a un’idea un po’stramba che gli frullava nella testa. Una rete sociale. Connettere le persone via Internet. Nel 2004 quell’idea era diventata Facebook.

Nelle ore di Facebook down ho sentito (o letto) di persone disperate e di altre in paradiso. Qualcuno si è buttato su Twitter, qualcun altro ha pensato che fosse il momento giusto per qualche (onestamente già sentita) tiritera su quanto siamo dipendenti dai social ecc.. Sta di fatto che il mondo si è diviso in due squadre e mezzo: chi controllava Instagram ogni cinque minuti, cercando di non andare in iperventilazione; chi sorseggiava un tè sul divano, leggendo un vecchio libro e sperando che i social non risorgessero mai; e chi, stando a metà strada tra le due situazioni appena descritte, guardava Netflix buttando ogni tanto un occhio a WhatsApp. Perché va bene il Facebook down, ma quel messaggio della crush lo volevamo proprio ricevere. Chissà che delusione per qualcuno scoprire, all’una di notte, che il messaggio non c’era. E non per colpa del buon vecchio Mark.

computer e block notes, didattica a distanza

Didattica a distanza, apologia della DAD

La didattica a distanza (DAD) spesso ci ha fatto schifo. La connessione si interrompeva, i nostri compagni erano dei pallini colorati, i microfoni gracchiavano, i commenti non si caricavano. Poi, gli insegnanti: c’era quello che vedeva imbrogli ovunque (non sempre a torto), quello che sforava di 15 minuti il suo tempo, quello che non aveva mai usato una webcam nella sua vita. La didattica a distanza, innegabilmente, ci ha complicato la vita. Ma, d’altra parte, avevamo alternative durante il lockdown? La DAD, inoltre, ha innescato un domino di cambiamenti che forse varrebbe la pena di sfruttare anche a emergenza finita.

Didattica a distanza, emergenza o futuro? Pro e contro della scuola online

Le molte disuguaglianze della DAD

Lo spostamento improvviso e inaspettato della scuola online ha fatto emergere, amplificandole, molte disuguaglianze. Disuguaglianze tra scuole (o università) diverse, ma anche tra i singoli studenti. Tra chi aveva lezioni programmate con continuità, con il docente in diretta, e chi sporadici video registrati e mandati per email. Tra chi disponeva di un computer di ultima generazione e chi sul momento si è dovuto accontentare di un vecchio pc con la telecamera rotta. Si è parlato di “digital divide“(qui per approfondire) e di dis-umanizzazione della scuola. Tutto questo, innegabilmente, è vero.

Compagni e computer, solo un deficit di umanità?

Con un computer non puoi socializzare, il che rende la didattica a distanza irrimediabilmente inadatta agli studenti della scuola materna ed elementare. Ma anche per gli alunni delle medie e delle superiori: chi di noi sarebbe sopravvissuto (più o meno) indenne senza il suo compagno di banco? Con un computer non puoi neanche litigare, scambiare gli appunti o giocare a calcetto. Non puoi fare, insomma, tutte quelle esperienze che rendono gli anni della scuola formativi. L’università, però, è un’altra storia.

Molti corsi universitari sono frequentati da centinaia di studenti e, pur con alcune eccezioni, non si formano delle vere classi. Ognuno costruisce una sua rete di colleghi con cui studia e si confronta, ma è un rapporto molto diverso. Il percorso è più individualistico, più vario anche, soprattutto nelle facoltà umanistiche che consentono di scegliere buona parte delle materie da seguire.

Inoltre, ad affacciarsi all’università sono individui ormai adulti (o quasi), ragazzi di 19 anni che votano e mandano la macchina. Quindi persone che, pur soffrendo la mancanza dell’aperitivo in piazza o della pausa caffè con i colleghi, possono affrontare meglio periodi di didattica a distanza.

Università a distanza, università più equa?

Può sembrare contro-intuitivo, ma se la didattica a distanza diventasse strutturale, gli studenti più svantaggiati potrebbero trarne vantaggio.

Se le lezioni fossero accessibili anche da remoto, infatti, uno studente potrebbe iscriversi a un’università molto distante da casa sua senza necessariamente doversi sobbarcare l’onere di un affitto per tutto l’anno. E chiunque abbia provato a cercare, anche solo per curiosità, un banale posto letto a Bologna o a Milano sa che questo non sarebbe poco. A Bologna, ad esempio, ci si può considerare fortunati a trovare un posto in stanza condivisa a 250 euro al mese, spese escluse. Poter seguire i corsi da casa, raggiungendo la città universitaria solo per alcune settimane o mesi, per sostenere gli esami o partecipare a laboratori e attività pratiche, potrebbe essere una valida alternativa.

Alcune università, inoltre, come l’Alma Mater Studiorum di Bologna, hanno comprato in questi mesi molte apparecchiature innovative (microfoni wireless, sistemi di autotracking per seguire il docente nei suoi spostamenti in aula, lavagne interattive) che sarebbe uno spreco relegare in soffitta a emergenza finita.

Qualcuno, a questo punto, dirà “e i rapporti umani? e lo spritz con gli amici?”. La verità è che molti universitari li sacrificano già: i pendolari con i treni sempre in partenza, gli studenti-lavoratori con i turni da incastrare con le lezioni, i fuorisede con la bolletta in scadenza il giorno dopo. A potersi sedere assiduamente davanti a un aperitivo rilassante, fuori dall’aula, sono pochi fortunati.

Conclusioni. Didattica a distanza sì o no?

La didattica a distanza, dunque, se organizzata bene (condicio sine qua non) potrebbe migliorare un’università italiana ancora analogica e novecentesca. La vera sfida sarà integrarla a emergenza conclusa. Per gli altri gradi di istruzione, meglio tornare a rubarsi la merenda a ricreazione.

S.B.

Leggi anche: Università, l’emergenza ha portato innovazione. Sono una prof e non vedo l’ora di iniziare

discoteche

Discoteche chiuse, (non) tutta colpa dei Millennial

Discoteche chiuse, la stretta inevitabile

Discoteche chiuse fino al 7 settembre, poi si vedrà. Questa è la decisione che il Governo ha preso alla luce dell’aumento dei contagi da Covid-19. I gestori dei locali, naturalmente, sono scontenti, ma il provvedimento era prevedibile.

Una discoteca, infatti, è per sua natura avversa al mantenimento della distanza. Si possono contingentare gli ingressi, ma il senso di una serata in discoteca per i giovani resta ballare, bere qualche drink, saltare sotto il palco del dj, stare insieme. Se in un locale ci fossero anche solo duecento persone, forse finirebbero per assembrarsi lo stesso. La musica a tutto volume e le luci laser dei locali non incitano un diciottenne a cercare di calcolare i metri che lo separano dal suo vicino, neanche a pensarci. A livello sanitario, dunque, la scelta migliore sarebbe stata quella di non riaprire affatto le discoteche. Far saltare l’intera stagione tenendo le discoteche chiuse, però, come è facile immaginare, sarebbe stato economicamente disastroso.

Giovani e discoteche, tutta colpa dei Millennial?

A frequentare le discoteche sono in netta prevalenza gli under 30. Questo non è un mistero. E proprio loro, i giovani, sono gli osservati speciali di questi giorni di nuovi contagi. I giovani che si assembrano nei locali, che hanno fatto le vacanze all’estero, che, nelle parole degli adulti, non sanno divertirsi senza eccedere. Così si leggono, sui giornali come sui social, discorsi più o meno paternalistici che trasudano nostalgia dei tempi andati e biasimo per questi Millennial che cercano lo sballo a ogni costo. Ma siamo sicuri che sia tutta colpa dei più giovani?

Genitori e figli, a ognuno le sue responsabilità

Il fatto è che questi ragazzi qualcuno li ha cresciuti. Qualcuno, in modo diretto o indiretto, ha lasciato passare il messaggio che per divertirsi serve fare after e andare a 500 chilometri da casa. Qualcuno ha dato ai 700 ragazzi che la settimana scorsa erano al Seven Apples (Versilia, Toscana) il permesso di andarci, con una pandemia in corso e la consapevolezza che si tratta di una delle discoteche più frequentate della regione. Qualcuno ha pagato i viaggi a Malta o in Grecia. Però delle responsabilità dei genitori non ho ancora sentito parlare. Indubbiamente è più facile ripararsi dietro la storia dei “giovani d’oggi” irresponsabili (ma un giovane, di qualsiasi epoca, lo è quasi per definizione) e spiantati.

Altrimenti si dovrebbe riconoscere che c’è una generazione di quarantenni e cinquantenni che non sa dire di no ai figli minorenni (o maggiorenni non autosufficienti) e non sa dialogare con quelli più grandi.

Il puzzle delle responsabilità, dunque, è più complicato di quel che sembra. Noi ragazzi, nella nostra quotidianità, volevamo andare in discoteca e vedere il mondo. Così appena i toni sono diventati rassicuranti, quella quotidianità ce la siamo ripresa. Forse è stata una reazione ingenua, magari anche egoista (chi di noi ha pensato ai nonni ultrasettantenni, probabilmente al Seven Apples non c’è andato), ma ci hanno parcheggiato per mesi a scrivere “Andrà tutto bene” sulle finestre e alla fine ci siamo cascati. La prudenza doveva arrivare (anche esserci imposta, se necessario) dagli adulti, ma poi li vedevamo in giro a dire che il Coronavirus non esiste, con le mascherine al braccio a mo’di braccialetto.

Discoteche chiuse, è un fallimento generazionale?

Gli eventi degli ultimi giorni forse sono un fallimento. Di una comunità che non riesce a seguire le regole, che non pensa ai più deboli, senza dubbio. Anche un fallimento generazionale? Se lo è, non di una sola generazione.

S.B.

Leggi anche: Coronavirus in Italia, diario di una Millennial