covid 19 rosso

La zona rossa è uno stato d’animo: l’accidia

Stare in zona rossa in primavera è una Caporetto psicologica. Ma stare in zona rossa in una regione arancione è persino peggio. Sapere che 15 chilometri più in là si può uscire liberamente rende le restrizioni, se possibile, ancora più asfissianti. Non mi è mai piaciuto l’arancione, ma nell’ultimo anno è diventato il mio colore preferito. Prima del Covid era il rosso.

Il problema della zona rossa è che, ormai, è diventata uno stato d’animo. E tra tutti gli stati d’animo possibili, probabilmente assomiglia all’accidia. In un primo momento ho pensato alla tristezza, ma il paragone non funziona: per essere tristi, di solito, serve qualcosa (un esame bocciato, una lite con un amico, una brutta giornata a lavoro), ma per noi studenti in zona rossa non succede niente, le giornate si susseguono tutte uguali . E il peggio è che di questo ci dovremmo pure sentire sollevati: chi si ammala, o chi perde una persona cara per il Covid non può dire altrettanto. Loro sì che ce l’hanno quel qualcosa per essere tristi.

L’accidia è uno stato d’animo particolare, un misto di indolenza e apatia, incapacità di agire, noia, indifferenza. Nella Divina Commedia – libro dell’anno di cui un po’tutti abusano – gli accidiosi se ne stanno nell’Inferno, sprofondati nella palude dello Stige. sono completamente sommersi, la loro presenza è segnalata solo dalle bolle che increspano la superficie dell’acqua. Rende bene l’idea.

La vita in zona rossa, per chi prova a rispettare le regole, è un po’così, sommersa. Letto-Computer-Cucina-Divano-Evasione al supermercato-Computer-Letto. Una catena di montaggio di cui fare una torta o allenarsi al parco diventano gli unici momenti di rottura. Non sappiamo più come impiegare il tempo, perché in un anno di vita sociale limitata abbiamo ormai visto tutto quello che volevamo vedere e letto tutto quello che volevamo leggere. L’anno scorso, almeno, avevamo l’illusione che sarebbe stata una pausa breve e che ne saremmo usciti migliori. Pensa un po’che pazzi.

S.B.

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discoteche

Discoteche chiuse, (non) tutta colpa dei Millennial

Discoteche chiuse, la stretta inevitabile

Discoteche chiuse fino al 7 settembre, poi si vedrà. Questa è la decisione che il Governo ha preso alla luce dell’aumento dei contagi da Covid-19. I gestori dei locali, naturalmente, sono scontenti, ma il provvedimento era prevedibile.

Una discoteca, infatti, è per sua natura avversa al mantenimento della distanza. Si possono contingentare gli ingressi, ma il senso di una serata in discoteca per i giovani resta ballare, bere qualche drink, saltare sotto il palco del dj, stare insieme. Se in un locale ci fossero anche solo duecento persone, forse finirebbero per assembrarsi lo stesso. La musica a tutto volume e le luci laser dei locali non incitano un diciottenne a cercare di calcolare i metri che lo separano dal suo vicino, neanche a pensarci. A livello sanitario, dunque, la scelta migliore sarebbe stata quella di non riaprire affatto le discoteche. Far saltare l’intera stagione tenendo le discoteche chiuse, però, come è facile immaginare, sarebbe stato economicamente disastroso.

Giovani e discoteche, tutta colpa dei Millennial?

A frequentare le discoteche sono in netta prevalenza gli under 30. Questo non è un mistero. E proprio loro, i giovani, sono gli osservati speciali di questi giorni di nuovi contagi. I giovani che si assembrano nei locali, che hanno fatto le vacanze all’estero, che, nelle parole degli adulti, non sanno divertirsi senza eccedere. Così si leggono, sui giornali come sui social, discorsi più o meno paternalistici che trasudano nostalgia dei tempi andati e biasimo per questi Millennial che cercano lo sballo a ogni costo. Ma siamo sicuri che sia tutta colpa dei più giovani?

Genitori e figli, a ognuno le sue responsabilità

Il fatto è che questi ragazzi qualcuno li ha cresciuti. Qualcuno, in modo diretto o indiretto, ha lasciato passare il messaggio che per divertirsi serve fare after e andare a 500 chilometri da casa. Qualcuno ha dato ai 700 ragazzi che la settimana scorsa erano al Seven Apples (Versilia, Toscana) il permesso di andarci, con una pandemia in corso e la consapevolezza che si tratta di una delle discoteche più frequentate della regione. Qualcuno ha pagato i viaggi a Malta o in Grecia. Però delle responsabilità dei genitori non ho ancora sentito parlare. Indubbiamente è più facile ripararsi dietro la storia dei “giovani d’oggi” irresponsabili (ma un giovane, di qualsiasi epoca, lo è quasi per definizione) e spiantati.

Altrimenti si dovrebbe riconoscere che c’è una generazione di quarantenni e cinquantenni che non sa dire di no ai figli minorenni (o maggiorenni non autosufficienti) e non sa dialogare con quelli più grandi.

Il puzzle delle responsabilità, dunque, è più complicato di quel che sembra. Noi ragazzi, nella nostra quotidianità, volevamo andare in discoteca e vedere il mondo. Così appena i toni sono diventati rassicuranti, quella quotidianità ce la siamo ripresa. Forse è stata una reazione ingenua, magari anche egoista (chi di noi ha pensato ai nonni ultrasettantenni, probabilmente al Seven Apples non c’è andato), ma ci hanno parcheggiato per mesi a scrivere “Andrà tutto bene” sulle finestre e alla fine ci siamo cascati. La prudenza doveva arrivare (anche esserci imposta, se necessario) dagli adulti, ma poi li vedevamo in giro a dire che il Coronavirus non esiste, con le mascherine al braccio a mo’di braccialetto.

Discoteche chiuse, è un fallimento generazionale?

Gli eventi degli ultimi giorni forse sono un fallimento. Di una comunità che non riesce a seguire le regole, che non pensa ai più deboli, senza dubbio. Anche un fallimento generazionale? Se lo è, non di una sola generazione.

S.B.

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Il cancro infantile ai tempi del Covid-19 {intervista}

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova gli ospedali italiani. Visite e interventi non urgenti sono stati rimandati, ma non tutto può essere dilazionato. Chi combatte contro il cancro infantile, infatti, non può mettere in lockdown la sua battaglia.

L’Italia ha avuto nel 2019 371mila diagnosi di tumore (dati del Ministero della Salute) e l’Airc ( Associazione italiana registri tumori ) calcola circa 7000 nuovi casi tra i bambini e 4000 tra gli adolescenti tra 2016 e 2020.

Ma come il Coronavirus sta cambiando la vita di questi pazienti? Facciamo il punto con Maricla Pannocchia, presidente dell’ Associazione Adolescenti e cancro (Rosignano Solvay, LI) che segue ragazzi tra i 13 e i 24 anni, provenienti da tutta Italia, nella lotta contro il cancro infantile.

Ciao Maricla, che cosa fa concretamente la tua associazione?

Ciao a tutti, la mia associazione di volontariato Adolescenti e cancro organizza gite e altre attività ricreative gratuite per ragazzi/e da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. In più facciamo sensibilizzazione sul cancro infantile e dell’adolescente. Inoltre collaboro con varie associazioni di settore in diverse città e ci sono tante famiglie che ci seguono attivamente.

Riuscite a continuare le vostre attività in questo periodo di quarantena?

In questo periodo sto organizzando dei laboratori creativi online per gli adolescenti oncologici. Sto inoltre lavorando su un video che parli ai ragazzi oncologici, o ex oncologici, del Coronavirus in un linguaggio adatto alla loro età. Credo sia fondamentale, perché ogni giorno riceviamo migliaia di informazioni, spesso contraddittorie, sull’argomento. Per i giovani pazienti oncologici e le loro famiglie è invece fondamentale avere un accesso veloce e semplice a informazioni da fonti attendibili.

Adolescenti e cancro, contro il cancro infantile

I pazienti che assistete stanno proseguendo regolarmente le loro terapie? Incontrano ostacoli o cambiamenti?

In linea di massima i pazienti oncologici devono rivolgersi al proprio team medico per qualunque dubbio relativo al proseguimento delle terapie o dei controlli. Di solito si scoraggia l’interruzione delle terapie, mentre può capitare che dei controlli “non urgenti” possano essere posposti. I cambiamenti più difficili sono quelli che riguardano le raccolte fondi, per esempio per le famiglie che devono portare i figli all’estero. L’annullamento degli eventi di raccolta fondi ha avuto un impatto sia su queste famiglie sia sulle Associazioni che le supportano.

Quanto pesa su di loro la quarantena, psicologicamente impegnativa per tutti? La presenza costante dei genitori, in molti casi a casa per il blocco delle attività, può aiutarli?

Anche qui penso che sia una situazione individuale e che varia anche in base all’età. Questi bambini e ragazzi spesso hanno già affrontato la loro personale quarantena durante il periodo delle terapie e per quelli ancora in cura la vita era fatta di mascherine, distanza sociale e amuchina da ben prima che queste diventassero regole per tutti. Questi bambini e ragazzi conoscono sin troppo bene la privazione e molti sono in grado di vedere il lato positivo della quarantena. Specialmente per chi ha finito le terapie la quarantena è tempo trascorso in salute e con i propri cari. Poi ci sono quelli che, finite le terapie, avrebbero dovuto riprendere pian piano la “vita normale” e invece si sono ritrovati con tutto il mondo in quarantena. Non lamentiamoci, siamo forti, siamo uniti e siamo umani, questi sono gli insegnamenti che ho percepito dai bambini e ragazzi oncologici.

Bambini e adolescenti sembrano la fascia meno a rischio Coronavirus, ma immagino che questo non valga per quelli che devono combattere un tumore. Ci sono per loro misure di sicurezza aggiuntive o accorgimenti particolari?

Sì, sembra che bambini e ragazzi siano meno colpiti, anche se nel mio paese recentemente c’è stato il caso di un diciottenne. Comunque, chi sta affrontando le terapie generalmente ha un sistema immunitario più debole che rende più semplice contrarre infezioni o malattie. Da sempre i pazienti oncologici devono stare lontano da chi è malato (es. febbre, raffreddore ecc…). Per loro è doppiamente importante rispettare le regole: la distanza sociale, evitare aggregazioni, indossare la mascherina, lavarsi le mani frequentemente e bene. E’ fondamentale per queste famiglie rivolgersi al team medico per qualunque dubbio. Fra i gruppi considerati più a rischio ci sono chi ha finito la chemio da massimo 6 mesi, chi ha ricevuto radioterapia all’addome o alla milza, chi è in mantenimento a lungo termine con gli steroidi, chi ha finito le terapie ma ha problemi duraturi e cronici a cuore, polmoni, reni o problemi neurologici.

Ricordo che io non sono un professionista medico però m’informo sempre da fonti attendibili, anche straniere. E’ fondamentale per i ragazzi e per i genitori informarsi sempre e solo su siti attendibili come quello del Governo o quelli delle Associazioni che operano nel campo dell’oncologia in generale o dell’oncologia pediatrica in particolare.

Associazione Adolescenti e cancro contro il cancro infantile
Adolescenti e cancro, contro il cancro infantile

Le storie di alcuni dei ragazzi seguiti dall’associazione Adolescenti e cancro di Maricla sono raccolti nel suo libro Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici.Il ricavato è destinato alle iniziative dell’associazione e al progetto della fondazione Cure2Children ONLUS a Pristina (Kosovo).

S.B.

quarantena coronavirus

Quarantena prolungata, ma il Coronavirus è democratico?

L’Italia è ormai entrata nella quarta settimana di quarantena. O almeno credo, perché dal divano del salotto il sabato non è molto diverso dal lunedì. Personalmente, riconosco solo la domenica perché in casa è, e resta, il pizza-day.

Con tutte queste restrizioni, avere un cane che ha bisogno di espletare i suoi bisogni corporali all’aperto diventa quasi una benedizione. Beh, io non ho un cane. Posso andare a fare la spesa, con una fila media di un’ora nel supermercato del mio quartiere, ma immagino che potrebbe comunque andare peggio. Anzi. Sicuramente a qualcuno andrà peggio. Il Coronavirus, infatti, non è mica tanto democratico.

O meglio, il contagio in fondo lo è. Ha beccato un amico del marito di una mia cugina di qualche grado esattamente come il principe Carlo. Pensate se, disgraziatamente, Carlo dovesse morire, a 70 anni superati e senza mai essere stato re: uno scherzo del destino dei più loschi. Si spera che il God britannico abbia un occhio di riguardo anche per il (quasi) king oltre che per l’inossidabile queen.

Poi ancora Dybala, Nicola Zingaretti, Boris Johnson, Piero Chiambretti, Tom Hanks. In questo caso si può dire che gli zeri del saldo del conto corrente non fanno la differenza. Il contagio dunque è democratico, ma la quarantena no.

Passare un mese in una villa con parco è praticamente una vacanza resa frustrante dall’obbligatorietà e dalla lunghezza. La casa di Francesco Facchinetti, ad esempio, spippolando su Google pare essere una villa immensa con annessa sala giochi completa. La noia e la claustrofobia lì dentro devono essere molto più facili da combattere. E anche la residenza di Fausto Brizzi, che sembra avere una sala cinematografica interna, deve essere un bel posticino in questi giorni.

Lo stesso mese in una casa popolare e in alcune periferie, invece, deve rasentare la reclusione. In tre, quattro o cinque in un numero infinitamente più piccolo di metri quadrati. Senza sala giochi, cinema, parco privato. Come passare la quarantena al Corviale di Roma, in un lungo Serpentone di chilometri di abbandono.

Poi ci siamo noi che viviamo in appartamenti senza infamia e senza lode, stiamo qui a metà. Certo, se avessi un giardino, anche piccolo piccolo, sarei più felice, ma almeno io ho una casa. Decine di migliaia di senzatetto no. Per loro sì che la quarantena è un ostacolo altissimo.  

S.B.

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Scuola chiuse tra “digital divide” e “family divide”

La peggiore puttanata di A.Giglioli

scuole chiuse

Scuole chiuse tra “digital divide” e “family divide”

Scuole chiuse, studenti a casa.

Il figlio del mio vicino di casa ha dieci anni. Sta finendo la quinta elementare e per lui scuole chiuse significa didattica online.

Qualche giorno fa era stata programmata una videochiamata di gruppo con le maestre e i compagni, ma in casa con lui c’erano solo i nonni. Uno dei due salì da noi a citofonare per chiedere se gentilmente potevo scendere ad aiutarlo. Loro non sapevano nemmeno che cos’è “questo Goglemet ” (altrimenti conosciuto come Google Meet).

Scesi. La classe del ragazzino è formata da una ventina di bambini ma dopo un’ora di tribolazioni, tra email perse e microfoni che non funzionavano, ne  mancavano ancora un paio. Davide che non aveva un computer e Mia che aveva un computer troppo vecchio. Al loro posto restarono due pallini colorati, con il bottone rosso di “offline”. Gli altri si salutarono, fecero caciara, corressero i compiti. A Mia e Davide le maestre avrebbero mandato solo un messaggio con le risposte giuste.

Scuole chiuse e didattica a distanza, ma chi non ha Internet?

In tempi di scuola online, non avere una connessione o un computer diventa un problema. Non l’unico, ma uno abbastanza rilevante.

Che qualcuno non abbia Internet, nell’Italia del 2020, può sembrare paradossale. Un accesso, almeno dal cellulare, sembriamo avercelo praticamente tutti. Eppure “praticamente tutti” non significa “tutti”. Infatti, un articolo del giornale La Stampa calcolava, nell’ottobre del 2018, un 21% di italiani che ancora non ha accesso al web. Questa percentuale è “gonfiata” da molti anziani, ma non si tratta solo di loro: si parla anche di un ragazzo su dieci. In una classe media, di 20 o 25 persone, circa due studenti. Davide e Mia.

Gli americani lo chiamano “digital divide“. Divario digitale. Ovvero la differenza tra chi ha accesso alla rete e chi no. Tra chi ha un device di ultima generazione e chi un vecchio computer fisso dell’era antidiluviana. In un’aula virtuale, tra chi è presente ogni giorno e chi solo quando è il suo turno di prendere il computer. Tra chi può collegarsi e vedere amici e insegnanti, e chi resta un rettangolo morto.

Non solo tecnologia: esiste anche un “family divide”?

Anche con le scuole chiuse i bambini dovrebbero seguire le lezioni e fare i compiti, ma non per tutti è così facile. E non è solo un problema di tecnologia.

Il figlio del vicino è quasi sempre solo in casa con i nonni. La madre ha una tabaccheria, che resta aperta anche in questi giorni di quarantena, il padre vive in un’altra città con la seconda moglie. E anche questo conta.

Giada, una delle sue compagne di classe, compariva invece nella videochiamata con la mamma accanto che le puliva la webcam. Si sentiva il babbo parlare nell’altra stanza, la mamma gli disse di mandare i compiti di Giada alla maestra, lui venne a prendere il libro. Non penso di dover essere io a dirvi che non è la stessa cosa.

Coronavirus e scuole chiuse, meno disuguaglianze?

In ogni classe ci sono delle disuguaglianze tra gli studenti. Dire il contrario è nel migliore dei casi ingenuo, nel peggiore ipocrita. Ci sono tra chi eccelle e chi arranca, tra chi fa educazione fisica sudando come un cammello in una t-shirt firmata e chi ha le scarpe di tela del mercato.

Il Coronavirus non ha annullato queste disuguaglianze, le ha semplicemente trasformate. Chi ha un buon pc c’è, chi non ce l’ha resta un pallino spento.

S.B.

Leggi anche: Coronavirus in Italia, diario di una Millenial {1}

Coronavirus in Italia

Coronavirus in Italia, diario di una Millenial

10 MARZO 2020. In un diario, di solito, all’inizio ci si presenta. Quindi mi chiamo Sara, ho 21 anni e questo è il mio blog. Di norma cerco di commentare quello che accade, e da alcune settimane questo è il Coronavirus in Italia.

Il Coronavirus in Italia, riflessioni sparse

Sono – almeno in parte – i miei compagni di università quelli che abbiamo visto correre alla stazione per scappare dalla vecchia zona rossa con gli ultimi treni diretti al sud. E sono – sempre in parte – i miei coetanei quelli paparazzati in massa sui Navigli in piena emergenza. Da ieri tutta l’Italia è zona protetta perché noi – gli italiani – non riusciamo a modificare volontariamente le nostre abitudini.

Zona protetta significa spostamenti ridotti e scuole chiuse, discoteche chiuse, locali chiusi dopo le 18. Fino al 3 aprile tutto ciò che riempie le giornate di noi Millenials è sospeso. Saremo costretti a rivoluzionare la nostra routine e in questo, lo abbiamo dimostrato, non siamo bravi.

Quando ci hanno chiesto, nelle settimane passate, di restare in casa non l’abbiamo fatto. Siamo andati al mare, in montagna, in piazza a fare aperitivo con gli amici. Abbiamo aspettato che arrivasse un divieto nazionale, perché le cose a cui non volevamo rinunciare erano troppe. Il timore di infettare genitori e nonni è arrivato a rallentatore, come una di quelle onde lunghe che finché sono lontane sembrano solo una banale increspatura. Gli appelli alla responsabilità c’erano, ma a qualcuno questo sembrava solo un brutto sogno. Uno scenario di un videogioco distopico che se chiudi il computer si dissolve. All’inizio al Coronavirus in Italia nessuno voleva crederci davvero.

Il nostro problema è che non siamo abituati al vuoto. Organizziamo – o meglio organizzavamo – le giornate con la precisione chirurgica di chi vuole imbottire quelle 24 ore fino a farle scoppiare. Prima che l’università chiudesse, la mia routine era fatta così: tirocinio fino alle 13, lezioni fino alle 17, altri impegni (immancabili) fino alle 19, ritrovo al pub alle 21,30. Poi il sabato sera nei locali, la domenica cinema o bowling o centro commerciale. Ora, tutto chiuso. Possiamo guardare la tv, leggere molti libri, continuare a studiare, ma il senso di vuoto rimane. Come se rallentare non fosse più parte del nostro DNA.

Ci viene in aiuto la tecnologia, innegabilmente. Senza le lezioni a distanza molti di noi rischierebbero di perdere l’anno accademico o scolastico, però avere come compagni di classe dei pallini colorati, con le iniziali di nomi e cognomi, fa un effetto strano. Manca qualcosa. Siamo connessi quasi da quando siamo nati, questa dovrebbe essere la nostra dimensione naturale, eppure non siamo contenti. Proprio ora che i genitori non ci criticherebbero se stessimo tutto il giorno al cellulare o al computer, ora che abbiamo una ragione valida per farlo, vogliamo uscire.

Sarà la connessione che va a pezzi e bocconi, l’audio che gracchia o il migliore amico che in videochiamata sembra pure più scemo del normale, ma è come se l’obbligo di sfruttare al massimo il nostro mondo virtuale ci avesse infine mostrato i suoi limiti. E anche cazzeggiare sui social non fa granché, se nessuno ha niente da condividere.

Il Coronavirus sta attaccando la logica stessa di una piattaforma come Instagram: è una grande vetrina e, come in un negozio, in vetrina si mette il vestito più bello. Se siamo tutti in casa, con il pigiamone della nonna e i calzini di babbo Natale a marzo inoltrato, non c’è molto che vogliamo mostrare. Alle quinta storia Netflix e copertina ne abbiamo abbastanza. Alcuni irriducibili si affidano ai repost, così la bacheca si riempie di natiche libere in costumi da bagno striminziti del 15 agosto. Gli altri osservano. Non ci sono esperienze fighe che possiamo fare e ostentare di aver fatto, è un colpo di spugna ai sogni di gloria di molti social addicted.

Per tre settimane dobbiamo accettare che il Coronavirus in Italia sta ribaltando un po’tutto. Che per adesso il modello vincente è quello che di solito risulta un po’sfigato: stare a casa sul divano, anche il sabato sera, a leggere un libro o giocare a Risiko. Finché l’emergenza non sarà finita siamo costretti a frenare. Non è nel DNA della nostra generazione, è come cercare di rallentare un Frecciarossa in corsa, ma è necessario. Il Coronavirus in Italia ci sta nascondendo il carburante ma solo così possiamo ripartire.

S.B.