Liliana Segre con il padre Alberto

Liliana Segre, le dieci parole di Auschwitz

Liliana Segre è sopravvissuta ad Auschwitz. Ha da poco compiuto 89 anni e potrebbe presto ricevere un dottorato honoris causa, ma per altri, milioni di altri, il tempo si è fermato più di 70 anni fa. Liliana è sopravvissuta per caso, dice lei nel suo libro La memoria rende liberi, scritto con Enrico Mentana. Ce l’ha fatta così, andando avanti senza pensare all’orrore che la circondava.

Liliana Segre e la sua famiglia

Liliana è una bambina come tante. È ebrea, ma questo per lei vuol dire solo saltare l’ora di religione a scuola. Tutto cambia nell’estate del 1938, quando le leggi razziali le impediscono di tornare a scuola e tolgono alla sua famiglia, una normalissima famiglia borghese di Milano, la tranquillità di cui godeva.

La deportazione

È il 1943 quando Liliana e Alberto vengono arrestati. Hanno tentato di scappare in Svizzera, ma la fuga è andata male. Per loro si aprono i cancelli del campo di concentramento, Auschwitz (Polonia), con il suo motto paradossale (“Il lavoro rende liberi”). Liliana si trova davanti un orrore inimmaginabile: cumuli di cadaveri, esperimenti su esseri umani, infezioni e malattie, violenze continue. Per sopravvivere, sceglie di guardare senza vedere, andare avanti a testa bassa, non pensare.

Le dieci parole di Auschwitz

Il personale vocabolario tedesco di Liliana, al campo di concentramento, includeva soltanto dieci parole. Solo dieci parole per descrivere una quotidianità di terrore e sofferenza, scandita dal lavoro usurante e dall’unico ristoro di pasti al limite del commestibile:

  1. weinen-piangere
  2. angst-paura
  3. schlag-schiaffo
  4. schnee-neve
  5. hunger-fame
  6. brot-pane
  7. schmertz-dolore
  8. los!-avanti!
  9. allein-sola
  10. funfundsiebzig einhundertneunzig-75.190 (il numero che Liliana ha tatuato sul braccio)

Liliana Segre dopo Auschwitz

Liliana è tornata, ma suo padre Alberto e i suoi nonni no. Della sua famiglia si sono salvati solo gli zii, rimasti nascosti in montagna, ma anche con loro per lei non c’è più normalità. Serviranno decenni perché il trauma del campo di concentramento sia metabolizzato.

Liliana Segre è sopravvissuta ad Auschwitz, ma il suo numero, quello che per un anno e mezzo ha cancellato la sua identità (e umanità), è ancora lì, a mo’di monito contro ogni forma di discriminazione e di odio.

(Enrico Mentana & Liliana Segre, La memoria rende liberi, BUR, 2018)

S.B.

Sara, 23 anni, pendolare, femminista e sognatrice (ordine invertibile). Al momento studio Informazione, culture e organizzazione dei media all'Università di Bologna, nel futuro mi vedo gattara e (si spera) giornalista. Nel tempo libero, leggo di politica e coltivo opinioni impopolari. Un esempio? Sono convinta sostenitrice del mantenimento della didattica mista all'università anche dopo l'emergenza Covid-19.