Discoteche chiuse, (non) tutta colpa dei Millennial

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Discoteche chiuse, la stretta inevitabile

Discoteche chiuse fino al 7 settembre, poi si vedrà. Questa è la decisione che il Governo ha preso alla luce dell’aumento dei contagi da Covid-19. I gestori dei locali, naturalmente, sono scontenti, ma il provvedimento era prevedibile.

Una discoteca, infatti, è per sua natura avversa al mantenimento della distanza. Si possono contingentare gli ingressi, ma il senso di una serata in discoteca per i giovani resta ballare, bere qualche drink, saltare sotto il palco del dj, stare insieme. Se in un locale ci fossero anche solo duecento persone, forse finirebbero per assembrarsi lo stesso. La musica a tutto volume e le luci laser dei locali non incitano un diciottenne a cercare di calcolare i metri che lo separano dal suo vicino, neanche a pensarci. A livello sanitario, dunque, la scelta migliore sarebbe stata quella di non riaprire affatto le discoteche. Far saltare l’intera stagione tenendo le discoteche chiuse, però, come è facile immaginare, sarebbe stato economicamente disastroso.

Giovani e discoteche, tutta colpa dei Millennial?

A frequentare le discoteche sono in netta prevalenza gli under 30. Questo non è un mistero. E proprio loro, i giovani, sono gli osservati speciali di questi giorni di nuovi contagi. I giovani che si assembrano nei locali, che hanno fatto le vacanze all’estero, che, nelle parole degli adulti, non sanno divertirsi senza eccedere. Così si leggono, sui giornali come sui social, discorsi più o meno paternalistici che trasudano nostalgia dei tempi andati e biasimo per questi Millennial che cercano lo sballo a ogni costo. Ma siamo sicuri che sia tutta colpa dei più giovani?

Genitori e figli, a ognuno le sue responsabilità

Il fatto è che questi ragazzi qualcuno li ha cresciuti. Qualcuno, in modo diretto o indiretto, ha lasciato passare il messaggio che per divertirsi serve fare after e andare a 500 chilometri da casa. Qualcuno ha dato ai 700 ragazzi che la settimana scorsa erano al Seven Apples (Versilia, Toscana) il permesso di andarci, con una pandemia in corso e la consapevolezza che si tratta di una delle discoteche più frequentate della regione. Qualcuno ha pagato i viaggi a Malta o in Grecia. Però delle responsabilità dei genitori non ho ancora sentito parlare. Indubbiamente è più facile ripararsi dietro la storia dei “giovani d’oggi” irresponsabili (ma un giovane, di qualsiasi epoca, lo è quasi per definizione) e spiantati.

Altrimenti si dovrebbe riconoscere che c’è una generazione di quarantenni e cinquantenni che non sa dire di no ai figli minorenni (o maggiorenni non autosufficienti) e non sa dialogare con quelli più grandi.

Il puzzle delle responsabilità, dunque, è più complicato di quel che sembra. Noi ragazzi, nella nostra quotidianità, volevamo andare in discoteca e vedere il mondo. Così appena i toni sono diventati rassicuranti, quella quotidianità ce la siamo ripresa. Forse è stata una reazione ingenua, magari anche egoista (chi di noi ha pensato ai nonni ultrasettantenni, probabilmente al Seven Apples non c’è andato), ma ci hanno parcheggiato per mesi a scrivere “Andrà tutto bene” sulle finestre e alla fine ci siamo cascati. La prudenza doveva arrivare (anche esserci imposta, se necessario) dagli adulti, ma poi li vedevamo in giro a dire che il Coronavirus non esiste, con le mascherine al braccio a mo’di braccialetto.

Discoteche chiuse, è un fallimento generazionale?

Gli eventi degli ultimi giorni forse sono un fallimento. Di una comunità che non riesce a seguire le regole, che non pensa ai più deboli, senza dubbio. Anche un fallimento generazionale? Se lo è, non di una sola generazione.

S.B.

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