Coronavirus in Svizzera, i numeri della vita

Coronavirus in Svizzera per cantone
GassuNZ, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons

La seconda ondata di Covid-19 non è un problema solo italiano. La pandemia ha ripreso forza e il Coronavirus in Svizzera ha fatto segnare fino a 5mila casi al giorno, in un Paese che ha appena 8 milioni di abitanti. Con 16mila letti già occupati, oltre il 70% dei 22mila totali (fonte: La Stampa), i medici svizzeri si preparano ad applicare un protocollo che, in caso di esaurimento dei posti, mette nero su bianco chi sarà intubato e chi no. Il documento, scritto a marzo ma non ancora applicato, adotta una logica semplice: precedenza ai giovani e sani. Cioè a coloro che, statisticamente, hanno più probabilità di sopravvivere.

Il Coronavirus in Svizzera e il calcolo della vita

In caso di sovraccarico delle terapie intensive, i malati di Coronavirus in Svizzera non saranno intubati se hanno più di 85 anni o se hanno più di 75 anni e gravi patologie pregresse. Chi ha meno di 75 anni, invece, avrà accesso alla rianimazione.

Nella Roma dei re la vita valeva 60 (anni)

La selezione dei soggetti più deboli nei momenti di crisi è una pratica che affonda le sue radici nella più remota antichità. Festo riferisce, infatti, che nella Roma delle origini (VI-V secolo a.C.) si usava gettare gli anziani da un ponte (forse il ponte Sublicio) al compimento del sessantesimo anno, cioè quando, per le aspettative di vita dell’epoca, erano ritenuti troppo vecchi. Ciò avveniva soprattutto in periodi di guerra o carestia, quando le risorse non bastavano per tutti. Pare che esistesse anche un macabro detto, comune in quei tempi arcaici – “i sessantenni giù dal ponte” -, nonostante alcuni autori classici cerchino di negare questa brutale consuetudine.

Il “valore” di ogni individuo per la comunità dipendeva dalla sua capacità di combattere, se uomo, o di procreare, se donna. Superata una certa età, entrambe le funzioni si esaurivano e i vecchi diventavano un peso. Si può dire, quindi, che per i Romani dei tempi di Tullo Ostilio il valore della vita fosse 60 (anni).

Tutto ciò accadeva in una società poco più che primordiale, da cui tutti noi ci sentiamo infinitamente distanti. Diventa difficile persino immaginarsela, la Roma del 600 a.C., senza Colosseo, gladiatori e senatori togati, un semplice conglomerato di capanne fangose. Eppure, nel cuore del continente europeo, più di 2500 anni più tardi, ci troviamo di nuovo a scremare gli uomini in base alla loro età.

Nella Svizzera del Coronavirus il numero critico è 85

Il Coronavirus in Svizzera ha riportato indietro l’orologio. Ha spinto verso un passato in cui la priorità era ottimizzare le risorse e l’articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (“ogni individuo ha diritto alla vita”) non trovava spazio. Un quarantenne ha più probabilità di sconfiggere il Covid-19 di un novantenne. Se c’è un solo posto in terapia intensiva, dunque, andrà al quarantenne. Il “numero limite” della Svizzera, quello che per i Romani era 60, è 85. Ma come si calcola?

Presumibilmente, i medici svizzeri avranno combinato posti letto disponibili, statistiche di sopravvivenza al Covid ed età media della popolazione. Un calcolo crudo, fatto per la tenuta del sistema sanitario, ma che inevitabilmente taglia fuori molte variabili. Nel 2020, infatti, se davvero volessimo stabilire quanto ogni individuo dà alla comunità, non potremmo concludere, come in passato, che i vecchi sono solo di peso. Gli anziani oggi crescono i nipoti, aiutano con le loro pensioni figli perennemente precari, nella cosiddetta “terza età” si rimettono a studiare e a fare sport. Essi sono, quindi, una ricchezza e non solo in termini di esperienza e saggezza. Il Coronavirus e le statistiche sulla malattia, però, non possono includere tutto questo.

E l’Italia?

A ognuno di noi sarà capitato di chiedersi, almeno una volta da marzo a oggi, se gli ospedali italiani hanno un protocollo simile, chiuso in qualche cassetto. A primavera, nel momento più drammatico della prima ondata, si parlò di una selezione dei pazienti negli ospedali di Bergamo. Tra conferme e smentite, il dubbio è rimasto. Tuttavia, non c’è un protocollo reso pubblico come quello svizzero. Si parla di letti, di respiratori mancanti e di terapie intensive che si riescono (o non si riescono) ad attivare, ma non di scremature. Il rischio di non poter curare tutti esiste, ma resta un pensiero oscuro.

Il calcolo, quindi, non si fa. Non in modo sistematico almeno. Ci si aggrappa all’idea che tutte le vite meritano soccorso e non hanno una scadenza. Sessanta, settanta, ottanta anni. E in Italia forse ancora più che altrove la vita è quasi sacra. Questo ha i suoi lati problematici, tra chi vorrebbe negare il diritto all’aborto e chi si oppone strenuamente all’eutanasia anche per i malati terminali, ma con una pandemia in corso è in fondo rassicurante. Se fossi un anziano di 85 anni, non credo che vorrei vivere in Svizzera adesso. Penserei che, dopotutto, l’Italia non è così male: forse non ce la faranno, forse sul momento decideranno lo stesso di attaccare all’ultimo respiratore disponibile un giovane, ma almeno non hanno deciso a tavolino quanto vale la vita.

S.B.

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