Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Jack Frusciante è uscito dal gruppo, a scuola con Alex

Settembre è il mese del rientro a scuola e il protagonista di questo appuntamento de Il personaggio del mese, che arriva in ritardo perché a “scuola” (vale, questa parola, per l’università?) ci è dovuta tornare anche la sottoscritta, non poteva che essere uno studente. Lui si chiama Alex D. ed è il protagonista di Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994) di Enrico Brizzi.

Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Alex e il liceo

Alex, all’anagrafe Alessandro, ha 17 anni e mezzo ed è stato per gran parte della sua carriera scolastica uno studente modello. Poi, la lettura di un libro lo ha folgorato, aprendogli gli occhi sull’ipocrisia e il conformismo dei compagni e dei professori. Di qui, la ribellione: Alex e i suoi amici saltano le lezioni, si vestono in modo trascurato, si tagliano i capelli un po’come capita, si definiscono anarchici. Il loro obiettivo? Distinguersi dagli altri studenti che ai loro occhi sono i classici figli di papà con i capelli in ordine e la polo griffata.

La ribellione, però, diventa emarginazione: Alex e gli altri vengono isolati, ma interpretano la loro solitudine come un ulteriore segno di distinzione. Alex si vede circondato da studenti-zombie che “ti guardano male se alzi la testa, se esci dal gregge” come Jack Frusciante è uscito dal gruppo.

La scuola come “pollaio”

Il liceo di Alex (il Caimani di Bologna) appare ai suoi occhi come una sorta di “pollaio” dove si misura il grado di omologazione degli studenti. Si insegna, in pratica, che chi esce dal gruppo è perduto, come Jack Frusciate che ha lasciato i Red Hot Chili Peppers ed è caduto nel dimenticatoio.

Gli adulti della scuola non sembrano migliori degli studenti, anzi. Tra madri petulanti, la cui unica preoccupazione è la reputazione delle figlie, e insegnanti insoddisfatti, gli stimoli per Alex sono vicini allo zero. Per lui la scuola è una replica, i piccolo, del mondo, con tutte le sue meschinità. E con la professoressa Ciuncoli, “zitella”, che sfoga la sua frustrazione per essere stata esclusa dall’insegnamento universitario decidendo quali studenti aiutare e quali punire. Sarebbe bello dire che tutto questo è solo la fantasia di uno studente poco brillante, che dagli anni Novanta a oggi è tutto cambiato, che Jack Friusciante è uscito dal gruppo è solo una commedia, ma pochi di noi ci crederebbero.

Se Alex avesse sperimentato la DAD (didattica a distanza), probabilmente avrebbe dormito per la maggior parte del tempo, protetto dalla webcam spenta. Le interrogazioni, le avrebbe boicottate adducendo problemi di connessione. Se gli avessero dato un banco con le rotelle, lo avrebbe usato per fare una gara di velocità nel corridoio.

Alex e Aidi, una storia a tempo

Fuori dalla scuola Alex si sente molto più libero. A studiare a mala pena ci pensa, preferisce andare in bici o uscire con le ragazze. Per lui, infatti, non vale la pena di sacrificare un momento di felicità presente per un futuro da piccolo borghese con una macchina in garage, una moglie infedele e molti rimpianti. I tanti obiettivi che gli adulti vorrebbero imporgli gli sembrano sostanzialmente inutili. Presente batte futuro, insomma.

Nell’eterno presente di Alex irrompe Aidi (Adelaide), per la quale Alex prende una bella cotta. Così il nostro protagonista, che con gli amici pretende di fare il duro, inizia progressivamente a cedere. Ma Aidi partirà per gli Stati Uniti alla fine dell’anno scolastico e resterà lì per tutta la quarta superiore. La loro, dunque, è una storia a tempo. Di nuovo, Alex vive solo nel presente. Il futuro non trova spazio né programmazione nemmeno con Aidi.

S.B.

Leggi anche: Stargirl, storia di una Diversa al liceo

Stargirl cover

Stargirl, storia di una Diversa al liceo

Stargirl Caraway si fa subito notare, nella sua nuova scuola, perché è diversa da qualsiasi altro studente. Leo Borlock e il suo amico Kevin pensano di inserirla nella tv scolastica, per fare audience, ma le cose si complicano. Nel grigio istituto dell’Arizona dove Jerry Spinelli ambienta Stargirl (2000), non c’è posto per la stravaganza.

Stargirl, un’aliena con l’ukulele

Il vero nome della ragazza nuova che porta scompiglio al liceo di Leo è Susan, lei però preferisce farsi chiamare Stargirl. Indossa vestiti strambi, spille pacchiane, abiti da pellerossa o bretelle maschili sopra pantaloncini rossi. Si acconcia i capelli biondicci in due treccine e arriva in classe con le guance sporche di rossetto e alcune lentiggini disegnate. Truccare, non si trucca, non nel senso classico del termine almeno. Al posto dello zaino ha una sacca e un ukulele che usa per cantare davanti a tutti, in classe e durante la pausa pranzo. Se qualcuno compie gli anni, lei gli canta “Buon compleanno”, ma nessuno apprezza. Nella sacca tiene un topo come animale da compagnia. Sul suo banco mette sempre un vaso cin una margherita.

La “teoria Hillari”

Nel giro di un paio di giorni, tutti i compagni di Stargirl la considerano una pazzoide. Dal loro punto di vista deve essere matta, oppure un’imbrogliona. Hillari Kindle sostiene una sua ipotesi, che rimbalza di bocca in bocca come “teoria Hillari”: Stargirl deve essere un’infiltrata della CIA, un’attrice. L’ipotesi prende campo, insieme a molte altre, perché la nuova arrivata sembra a tutti troppo stramba per essere reale. Così qualcuno comincia a pensare che viva su un autobus o in una città fantasma ai confini della civiltà, qualcun altro che sia figlia di due stregoni. Solo Leo intuisce che Stargirl, in realtà, è più autentica di tutti gli altri. Ma proprio per questo è destinata alla sconfitta.

« Meglio per lei che sia fasulla»

«Perché?»

«Perché, se è reale, è nei guai. Quanto pensi che una realmente così possa durare da queste parti?»

Kevin a Leo

Stargirl e Susan

La popolarità è una bestia volubile e Stargirl, per un breve periodo e contro ogni previsione, sembra conquistare il favore dei suoi compagni. Vince una competizione scolastica di eloquenza, gli stessi che l’hanno derisa al suo arrivo iniziano a imitare il suo stile e a comprare un ukulele. Leo scopre di avere un debole per lei. Ma è un’illusione fugace.

Dopo una gara finita a pomodori in faccia, l’astro Stargirl declina definitivamente. Persino Leo non riesce a sopportare l’emarginazione della sua ragazza e lei, per rimediare, abbandona i panni di Stargirl e diventa Susan. Si veste in modo normale, anonimo, si trucca come le altre, smette di suonare l’ukulele. Tutto questo, però, la rende profondamente infelice.

Essere se stessi o essere accettati

Stargirl non riesce a mantenere i panni della banale Susan e sceglie la fuga. Lascia il liceo di Leo, dove l’omologazione fa da padrona, e sceglie di essere se stessa. Non è un lieto fine, perché la diversità perde ed è sopraffatta dalla mediocrità, la storia tra Stargirl e Leo naufraga. Ma è una vittoria personale di Stargirl che tra il quieto vivere e se stessa sceglie se stessa. È una Diversa e non vuole cambiare.

S.B.

Leggi anche: Libri da leggere 2020, 6 libri che non ho mai finito

Piccole donne Alcott

Piccole donne Jo March,una scrittrice tra le massaie

Piccole donne‘ Jo March, una ribelle in famiglia

La famiglia March, protagonista del romanzo Piccole donne di Louisa May Alcott, è composta da sei persone: il signor March, soldato durante la guerra di secessione americana (1861-1865), la signora March e le loro figlie Meg, Jo, Beth e Amy.

Tra le ‘piccole donne’ Jo March è la più ribelle. Spesso scontrosa e irascibile, rifiuta il galateo che la società del tempo imponeva alle ragazze e prova una forte indisposizione per le trine, i merletti e i vestiti che invece la sorella Meg desidera ardentemente. I pochi vestiti di Jo sono semplici e bruciacchiati, perché lei ha la brutta abitudine di stare vicino alle candele. I suoi capelli sono sempre scarruffati e le sue mani macchiate di inchiostro. Ai balli di gala Jo preferisce le recite organizzate con le sorelle, alle feste gli spensierati giri nei campi con l’amico Laurie. Le amiche di Meg sognano una vita di agi da mogli di grandi signori, vita che nemmeno la stessa Meg disdegnerebbe, ma Jo no. Lei vuole essere indipendente.

I racconti di Jo, scrittrice donna in una società di uomini

Per aiutare la famiglia che versa in serie difficoltà economiche, Jo inizia giovanissima a sfruttare il suo più grande talento: la scrittura.

Scrive racconti e li vende a giornali che la pagano a colonne. Scrive quello che il pubblico cerca e accetta, seppur controvoglia, i tagli degli editori. Vorrebbe opporsi, ma il bisogno di denaro la frena. La scrittura le porta un discreto guadagno e questo fa sentire Jo realizzata, importante per la sua famiglia. Per le piccole donne Jo March è un sostegno indispensabile.

E che sia una donna a portare un’entrata non trascurabile, in una famiglia ottocentesca, è tutt’altro che comune. La consuetudine del tempo vorrebbe che una donna si dedicasse alla casa e ai figli, come fa Meg quando si sposa, per diventare una brava massaia. Questa prospettiva, però, lascia Jo atterrita.

Jo March, un personaggio ancora attuale

Tra le ‘piccole donne’ Jo March è quella a cui è più facile, nel 2020, sentirsi vicini. Orgogliosa, determinata e fuori dagli schemi, incarna quella forza d’animo che la rende, 150 anni dopo, un personaggio ancora vivo. Più difficile è rispecchiarsi nelle umili aspirazioni di Beth, che non desidera altro che restare vicina alla sua famiglia, o nelle speranze d’amore in stile ‘due cuori e una capanna’ di Meg.

Ma Jo è moderna anche perché subisce molte critiche. La sua stessa famiglia, pur con affetto, la considera un maschiaccio. Il suo essere così poco simile alle altre ragazze la rende, agli occhi di tutti, poco femminile e troppo selvaggia. L’idea condivisa dalle altre March è che Jo, pian piano, cambierà. Che smusserà il suo carattere e, come tutte, si sposerà e avrà dei figli. Jo, però, non è disposta ad accettare che, in quanto donna, l’amore debba essere la sua massima aspirazione. Le sta stretta la possibilità di un matrimonio con il ricco Laurie, che considera solo un amico, e nonostante la solitudine la metta a dura prova, lei vuole di più. Come pubblicare un romanzo e poi, ormai trentenne, fondare e dirigere una scuola.

Sono passati 150 anni dalle avventure di Jo, eppure capita ancora di sentir definire una ragazza ‘maschiaccio’, come se la femminilità fosse ferma all’idea ottocentesca di vestiti pieni di trine e sogni d’amore. E capita ancora, alle donne che scelgono di puntare sulla carriera, di sentirsi dire che cambieranno idea o che se ne pentiranno. Ma le donne, come Jo sa bene, non hanno solo un cuore. Hanno anche un’anima, delle ambizioni, dei talenti.

S.B.

Leggi anche: Libri da leggere 2020: 6 libri che non ho mai finito

I Malavoglia

I Malavoglia, giovani e inquieti come ‘Ntoni

Eccoci al secondo appuntamento con la rubrica letteraria Il personaggio del mese! Il protagonista di giugno si chiama ‘Ntoni e arriva da I Malavoglia (1881) di Giovanni Verga. Inquieto, a volte scansafatiche ma in fondo sognatore, ‘Ntoni è un ragazzo sui vent’anni che vorrebbe una vita diversa. Come molti di noi.

I Malavoglia e la filosofia delle dita della mano

‘Ntoni è il maggiore dei figli di Bastianazzo e Maruzza ‘la Longa’ e il primo dei suoi parenti, conosciuti ad Aci Trezza (Catania) come ‘i Malavoglia’, a lasciare la Sicilia per svolgere il servizio militare. Questo sottrae ‘Ntoni al mondo ancestrale del nonno Padron ‘Ntoni, un mondo fatto di proverbi, fatiche quotidiane e affetti familiari, e gliene mostra uno nuovo, lussuoso e spensierato.

Per il vecchio Padron ‘Ntoni la vita va avanti sempre uguale a se stessa e la famiglia funziona come una mano di cui ogni membro è un dito. La sua è un’etica di collaborazione – le dita devono sostenersi a vicenda – ma, volendo fare della filosofia spiccia, anche di determinismo. Ogni dito ha il suo ruolo e non lo può cambiare: il dito grosso deve fare da dito grosso, il dito piccolo da dito piccolo. Questo funziona con Mena e Alessi, fratelli minori di ‘Ntoni, ma non con il maggiore. ‘Ntoni vuole cercare un’alternativa.

Quando torna dal servizio militare, ‘Ntoni trova la famiglia che arranca per ripagare un grosso debito. Il suo futuro, quindi, gli appare improvvisamente scuro: lavorare come pescatore a giornata agli ordini dei compari (la barca de i Malavoglia, la Provvidenza, è andata distrutta), spaccandosi la schiena per pochi spiccioli.

In più, il naufragio della Provvidenza ha trascinato sul fondo del mare non solo un carico di lupini comprato da Padron ‘Ntoni, ma anche Bastianazzo. Dopo la morte del padre, dunque, ‘Ntoni dovrebbe ‘fare da dito grosso’ al suo posto, guidare i fratelli e aiutare il nonno a saldare il debito e a maritare Mena. Dovrebbe, in poche parole, assumersi la responsabilità della famiglia.

‘Ntoni e l’ascensore sociale

Da militare, però, ‘Ntoni ha conosciuto una realtà fatta di fazzoletti ricamati, uniformi e belle donne ed è proprio a questa che aspira.

Nella speranza di fare fortuna, lascia di nuovo i Malavoglia e Aci Trezza, ma è costretto a tornare con la coda tra le gambe. L’ascensore sociale che su cui ha cercato di salire gli ha staccato la corrente. Il romanzo non racconta che cosa causa il fallimento di ‘Ntoni, se l’incoscienza o la sfortuna, ma questo lo riporta al punto di partenza. E a 150 anni di distanza dalle sue disavventure, quell’ascensore sociale è ancora rotto: i figli ereditano nella maggior parte dei casi lo status socio-economico dei genitori (La Stampa, 16/12/2018).

‘Ntoni, però, proprio non ci sta. Si rassegna a restare ad Aci Trezza, anche se sente quest’ambiente troppo stretto e arretrato, ma non a fare la vita del nonno e del padre. Alla pesca preferisce l’ozio e il contrabbando, in modo da evitare almeno la fatica, e rifugge anche i momenti di unità familiare, perché ormai si sente un estraneo. La felicità semplice che il nonno e la sorella Mena trovano nella salatura delle acciughe o in un pomeriggio passato insieme a riparare le reti non fa più presa su di lui.

Nonno e nipote, scontro tra generazioni

Il saggio Padron ‘Ntoni fa di tutto per convincere il nipote ad accontentarsi – fai il mestiere che sai, se non arricchisci camperai – , ma i due parlano lingue troppo diverse. Se vivesse oggi, ‘Ntoni sarebbe un millenial di provincia che tenta il grande salto a Milano o a Roma e, non riuscendoci, torna di controvoglia all’ovile. Gli adulti gli dicono di sistemarsi, di trovare un lavoro stabile senza seguire progetti impossibili, ma lui non ce la fa. Non riesce ad accettare che quel mondo dorato, di comfort e opportunità, gli sia precluso e questo lo rende profondamente inquieto.

S.B.

Leggi anche: Il personaggio del mese – maggio 2020

libri da leggere 2020

Libri da leggere 2020: 6 libri che non ho mai finito

Libri da leggere 2020 | Ogni lettore, divora-saghe o principiante che sia, ha i suoi “libri maledetti“, quelli che ha iniziato senza mai riuscire ad arrivare alla fine. Succede che a un certo punto diventa impossibile andare avanti, perché lo stile è noioso o perché i personaggi non ci rispecchiano. A volte, invece, non c’è nemmeno un vero motivo, semplicemente il libro viene abbandonato. Questi sono 6 libri che io non sono mai riuscita a finire e che forse potrei rivalutare tra i libri da leggere 2020. Quali sono i vostri i libri mai conclusi? (spoiler: ho un problema con i classici).

  • Cime tempestose di Emily Bronte. Troppo romantico per me. L’ho iniziato due volte ma con Catherine non c’è mai stata sintonia. Io e lei abbiamo un modo di amare diametralmente opposto, di conseguenza il suo struggimento non ha mai fatto presa sul mio cervello che si è fermato a una discreta antipatia per il suo amato Heathcliff, troppo geloso e troppo “oscuro”. Risultato migliore: 2/3 del libro letti al secondo tentativo.
  • Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. L’unico libro di Pirandello che non ho finito. L’ho cominciato almeno tre volte, ma il copione è sempre lo stesso: lo apro, adoro le prime 25 pagine, ma progressivamente abbandono. Vitangelo Moscarda mi sembra un personaggio geniale con quel suo naso che pende verso destra, ma non riesco a seguire il filo delle sue mille domande esistenziali. Peccato. Risultato migliore (inglorioso): fermo a pagina 37.
  • Il processo di Franz Kafka. Strano, non saprei come altro definire questo libro. Non credo di averlo capito, oppure, più probabilmente, non ho avuto la pazienza di andare avanti per capire. Merita un secondo tentativo. Risultato: abbandonato a pagina 72.
  • Cuore di Edmondo De Amicis. Il libro sbagliato al momento sbagliato. Ho scoperto questo classico troppo tardi, quando studiavo per l’esame di maturità e il mondo di Enrico, con i maestri e i compagni della terza elementare, mi sembravano ormai lontanissimi. Risultato: lasciato a pagina 70.
  • Eragon di Christopher Paolini. Di nuovo un problema di tempismo: ho comprato questo libro quando la mia passione per il genere fantasy si stava ormai esaurendo e non ho mai superato il blocco psicologico che alcuni mattoni generano in me. Risultato? Ho letto così poche pagine che credo sia più dignitoso non indicare un numero.
  • I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Ebbene sì: sono tra le molte persone che non hanno mai superato il “trauma” scolastico di questo libro. Il segnalibro è rimasto esattamente dove era alla fine della seconda superiore, cioè intorno al capitolo 20. Troppe interrogazioni, troppe ore passate a sottolineare le figure retoriche. Breve storia non molto allegra.

S.B.

Leggi anche: Draco Malfoy, da rampollo viziato a Mangiamorte

Draco Malfoy

Draco Malfoy, da rampollo viziato a Mangiamorte

Qualche giorno fa, navigando nell’oceano del web alla ricerca di idee, ho aperto Twitter e ho trovato Draco Malfoy in tendenza. Da qualche settimana stavo pensando di inaugurare una nuova rubrica letteraria e così ecco qui “Il personaggio del mese“. Protagonista di maggio: Draco Malfoy.

Draco Malfoy: “Mio padre lo verrà a sapere!”

Conosciuto a molti con il volto dell’attore Tom Felton, Draco Malfoy è un personaggio della saga di Harry Potter, scritta da J.K.Rowling.

Ricco, altezzoso e prepotente, Draco entra in scena come rivale del giovane Harry, di cui invidia la fama. Harry è infatti conosciuto in tutto il mondo magico come “il bambino che è sopravvissuto” a Voldemort e questo lo rende agli occhi di un Draco undicenne il candidato perfetto per la sua gang. Harry, tuttavia, preferisce la compagnia di Ron Weasley e rifiutando l’offerta di amicizia di Draco dà inizio a una rivalità mai del tutto sopita.

Fino al quinto dei sette libri della saga, Draco è il classico adolescente viziato. Crede che tutto gli sia dovuto perché proviene da una famiglia di Purosangue (di soli maghi), si sente superiore agli altri e non esita a sfruttare la sua condizione sociale e a denigrare i compagni. Se frequentasse una scuola babbana (non magica), Draco Malfoy sarebbe il nababbo con iPhone 8, Woolrich, Nike in edizione limitata e macchina nuova di zecca, pagata da paparino, parcheggiata davanti al cancello.

In più, Draco è il cocco del professor Piton e quando qualcosa (o qualcuno) lo lascia contrariato sbotta dicendo: “mio padre lo verrà a sapere!“. Non proprio un esempio di simpatia, maturità e correttezza, ecco.

La famiglia e il lato oscuro: un personaggio complesso

Il personaggio si evolve nel sesto libro della saga, quando la famiglia Malfoy riprende il suo posto a fianco di Lord Voldemort, sposandone i progetti liberticidi e di pulizia etnica contro i non Purosangue. Ed è qui che il fandom di Harry Potter si divide. Alcuni continuano a considerare Draco come un bullo pieno di pregiudizi, un cattivo a tutti gli effetti, amato dal pubblico solo grazie all’attore che lo ha interpretato. Altri invece vedono in lui un ragazzo che non ha avuto scelta, che si è trovato invischiato in qualcosa di più grande di lui.

Entrambe le tesi hanno del vero e se non si riescono a conciliare è perché Draco Malfoy è un personaggio in realtà molto complesso. È cresciuto sotto una campana di vetro, abituato a mille privilegi, e questo lo ha reso spocchioso ma fragile. I suoi punti di riferimento sono innanzitutto i suoi genitori e Draco non può che seguirli nella loro adesione al lato oscuro. Vuole che siano fieri di lui e, quando i Malfoy cadono in disgrazia, vorrebbe riscattarli. Tuttavia, non è abbastanza spietato per portare a termine gli ordini. Che sia per codardia o per un’intima umanità, Draco non riesce a uccidere Albus Silente né a consegnare Harry a Voldemort.

Dunque, un cattivo sui generis. Uno che forse vorrebbe essere più cattivo, ma non ci riesce. È proprio questa sua contraddizione interna che mi ha fatto amare questo personaggio (oltre a Tom Felton, naturalmente).

S.B.

Leggi anche: La gabbianella e il gatto, una storia di amore e diversità

La gabbianella e il gatto su Wikipedia

La gabbianella e il gatto, una storia di amore e diversità

Luis Sepúlveda è morto la settimana scorsa, ucciso da quel Coronavirus che, dopotutto, non è “solo influenza”. Oggi è la Giornata mondiale del libro, io volevo raccontare una storia e ho scelto la sua più famosa. Protagonisti sono Fifì e Zorba, la gabbianella e il gatto che le insegnò a volare.

La gabbianella e il gatto: una buffa famiglia oltre i pregiudizi

Il gatto Zorba è, a tutti gli effetti, un padre adottivo e single. Per puro caso si trova a soccorrere una gabbiana ferita a morte e accetta di covare il suo uovo, crescere il pulcino e insegnargli a volare. Ma nessun altro gatto, ovviamente, cova un uovo. Così le assenze di Zorba e il suo comportamento insolito suscitano l’ilarità dei gatti (e dei perfidi topi). Questo però non impedisce a Zorba di far schiudere l’uovo e di accudire la piccola gabbiana, chiamata Fifì (Fortunata), insieme ai suoi amici Colonnello, Segretario, Diderot e Pallino. I sei insieme formano una buffa ma affiata famiglia allargata.

Ti vogliamo bene ancora di più perché sei diversa da noi (Zorba a Fifì)

Pallino e Fifì: « Io sono un gatto!»

Per Fifì, abituata a chiamare “mamma” Zorba e a vivere in mezzo ai gatti, è naturale pensare di essere uno di loro. L’appartenenza a una comunità però è qualcosa di complesso, che si basa sul soddisfacimento di una serie di criteri convenzionali che distinguono un gruppo dagli altri. In pratica, per essere considerata da tutti e senza ombra di dubbio un gatto, Fifì dovrebbe avere baffi, artigli e coda. Ma non ce li ha, come le fa notare Pallino durante una lite.

A legare Fifì ai gatti è invece un profondo affetto che la rende effettivamente un membro del loro gruppo, anche se ciò risulta incomprensibile a chi, come i topi, li osserva dall’esterno. Fifì però resta anche un gabbiano e come tale vuole imparare a volare, è nella sua natura. In sintesi Fifì è, come le dice Zorba, il primo gatto che vola. È un gatto per scelta e un gabbiano per nascita. Se dovessimo cercare la morale della favola, potremmo dire qualcosa sul far esprimere la nostra natura senza lasciare che essa ci definisca al 100%. Rubacchiando le perle di saggezza di un altro personaggio letterario, «Non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte » (Albus Silente, Harry Potter e la camera dei segreti).

Vola solo chi osa farlo (Zorba a Fifì)

La gabbianella e il gatto: il ruolo (negativo) dell’essere umano

I protagonisti della storia sono tutti animali, ma anche l’uomo fa qualche (ingloriosa) apparizione.

Fin dall’inizio l’essere umano sta sullo sfondo, non apertamente ostile come i topi, guidati dal malvagio Grande Topo, ma nemmeno di grande aiuto. È innanzitutto un errore umano – uno sversamento di petrolio in mare – a portare alla morte la madre di Fifì, “uccisa dalla pazzia degli uomini che un giorno finirà per distruggere il mondo”.

Gli uomini tornano poi alla fine della storia, quando i gatti hanno bisogno dell’aiuto di uno di loro per salire in cima a un campanile e permettere a Fifì di volare. Ma non possono certo parlare a un umano qualsiasi: molti sono spocchiosi e arroganti, non concepiscono nessuno al loro pari. Serve un essere umano particolare, che capisca che anche gli altri animali hanno un animo e allora la scelta cade, inevitabilmente, su un bambino. Gli adulti, che non assecondano più la fantasia e inquinano la loro stessa casa, non capirebbero.

S.B.

*citazioni prese dal libro o dal cartone tratto da Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepulveda.

Leggi anche: Revenge porn su tekegram?È un problema di cultura

8 marzo 2020

8 marzo 2020, donne oltre il soffitto di cristallo

8 marzo 2020. Oggi è la Giornata internazionale della donna, una festa che, francamente, non mi piace molto. Non mi piace perché, in un mondo davvero civile con piena uguaglianza tra i generi, non sarebbe più necessaria. E invece eccola, ogni anno, a ricordare che la strada è ancora lunga. Che le donne sono uccise in quanto tali (66 femminicidi in Italia nel 2019 e già 15 nel 2020, secondo i dati dell’Associazione In Quanto Donna), molestate, licenziate, sottopagate. La femminilità diventa giustificazione per atti violenti, attenzioni indesiderate e discriminazioni sul lavoro. Oggi sono tutti femministi, ma domani calerà il sipario e le donne torneranno a scontrarsi con un invisibile soffitto di cristallo.

8 marzo 2020, esiste ancora un “soffitto di cristallo”?

In sociologia l’espressione “soffitto di cristallo” indica l’impossibilità per le donne di superare un ostacolo invisibile dovuto a fattori esterni. In altre parole, una donna fatica a raggiungere posizioni di vertice (alte cariche politiche o ruoli dirigenziali delle aziende) perché a un certo punto sbatte contro un muro invisibile. Ma quali sono i mattoni di questo muro? Sicuramente le difficoltà a conciliare il lavoro con la famiglia, che in Italia poggia molto sulle spalle della donna, e alcuni pregiudizi duri a morire. Tra questi l’idea che le donne trovino la felicità innanzitutto nella maternità e che le posizioni di responsabilità siano più adatte agli uomini. Tutto ciò ha mostrato segni di miglioramento nel corso degli anni, ma oggi, 8 marzo 2020, il soffitto di cristallo esiste ancora. In Europa, infatti, appena il 35% dei ruoli manageriali è ricoperto da una donna. In Italia questa percentuale crolla poco sopra al 20%.

Soffitto o porta di cristallo?

Un articolo del Sole 24 Ore dello scorso ottobre fissa al 21% del totale i ruoli di alta dirigenza affidati alle donne. Al primo livello di occupazione, tuttavia, il gap risultava quasi azzerato. Quindi uomini e donne cominciano insieme la carriera, ma già al primo avanzamento le donne scendono al 38%. Per questo il Sole 24 Ore parla di una “porta di cristallo” prima che di un soffitto, perché le donne incontrano ostacoli fin dall’inizio. A tutto ciò si aggiunge una diffusa disparità salariale: le manager donne in Europa guadagnano in media 77 centesimi per ogni euro dei colleghi maschi (fonte: Corriere della sera, 24 luglio 2018).

Si può rompere il soffitto di cristallo? L’esempio di Hermione Granger e Jo March

Diverse ma accomunate dall’amore per i libri: Hermione Granger e Jo March hanno rotto il loro soffitto di cristallo. Come Samantha Cristoforetti, Christine Lagarde e altre che, nonostante gli ostacoli, ce l’hanno fatta anche nella vita reale.

Hermione Granger, l’eroina uscita dalla penna di J.K.Rowling che innumerevoli volte salva il mago Harry Potter da una fine atroce, è un concentrato di femminilità moderna. Più intelligente che bella, nonostante il fascino di Emma Watson che l’ha interpretata nei film della saga, capovolge lo stereotipo della donne civettuola e pettegola. Devota ai libri e impegnata socialmente con il C.R.E.P.A. (comitato per la liberazione degli elfi domestici da lei fondato), Hermione crede innanzitutto nello studio e nelle capacità intellettive. Questo la rende diversa dalle sue compagne di dormitorio, appassionate di astrologia e gossip, e a volte insicura, ma capace di grandi cose: in Harry Potter and the cursed child è Ministro della Magia. Donna e Nata Babbana (figli di genitori non maghi, i Nati Babbani sono spesso discriminati), Hermione è una sorta di Barack Obama del mondo fantastico di Harry Potter.

Jo March, seconda delle quattro sorelle March di Louisa May Alcott, è la ribelle della famiglia. Rifiuta di comportarsi “da signorina”, non vuole sposarsi e i suoi vestiti sono sempre bruciati o strappati. Oggi tutto questo fa sorridere, ma nell’Ottocento (e non solo) una “ragazza-maschiaccio” non era molto apprezzata. Infatti, in Piccole Donne tutti aspettano che Jo cambi, che cresca e mitighi le sue stranezze. Perché di questo si tratta. Stranezze. Jo invece si mantiene fedele a se stessa e lavorando sodo diventa una scrittrice e apre una scuola. Per una ragazza vissuta ipoteticamente 160 anni fa, davvero niente male.

Festa delle donne, dopo l’8 marzo 2020

Al di là delle nostre eroine letterarie, alle donne servono misure concrete. Asili accessibili a tutti, ricalcolo dei congedi di maternità e paternità, il cui confronto (5 mesi contro 10 giorni) è ridicolo, ad esempio. Senza provvedimenti seri, e una più generale opera di educazione alla parità, l’Italia rischia di perdersi migliaia di Hermione di Granger.

S.B.

Isabel Allende

Isabel Allende, il Cile da Pinochet a oggi

Isabel Allende è probabilmente la più nota scrittrice sudamericana e qualche giorno fa, a Milano, ha presentato il suo ultimo libro. Lungo petalo di mare è la storia di alcuni esuli che abbandonano la Spagna dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra civile (1936-1939) e l’inizio della dittatura. La destinazione: il Cile.

Isabel Allende e il Cile di Pinochet

Isabel Allende nasce a Lima (Perù) il 2 agosto 1942, ma la sua casa diventa presto il Cile, paese d’origine del padre Tomas Allende, cugino di quel presidente Salvador Allende ucciso nel 1973 dopo il colpo di Stato del generale Pinochet.

Pinochet porta la dittatura militare e il Cile per più di 15 anni non è più uno Stato libero. Coprifuoco, ferrei controlli della polizia, niente libertà di stampa, di pensiero e di espressione. Niente libertà in assoluto. Quelli che si oppongono al regime sono neutralizzati, scompaiono nel nulla. Desaparecidos.

Isabel deve fuggire, prima in Venezuela e poi negli Stati Uniti. Scappare significa lasciare gli affetti e anche il lavoro di giornalista, così la Allende si reinventa come scrittrice.

D’amore e ombra, l’esilio come protagonista

D’amore e ombra (1984) è il secondo romanzo di Isabel Allende. È meno noto del primo, La casa degli spiriti, ma racconta forse ancora meglio la dittatura.

La storia è quella di una famiglia il cui destino sembra essere segnato irrimediabilmente dall’esilio. Il professor Leal e sua moglie Hilda sono arrivati dalla Spagna, dopo la sconfitta dei repubblicani nella guerra civile contro i franchisti. Il professor Leal, fervente comunista e poi anarchico, ha fondato la sua nuova vita in Cile su una promessa singolare: non metterà più i calzini finché Franco non sarà morto. Trascorrono così decenni sereni e la coppia cresce tre figli, ma quando il professor Leal potrebbe finalmente rimettere i calzini (Franco muore nel 1975), è il Cile ad essere caduto sotto il giogo della dittatura. Così la promessa si proroga: il professor Leal non metterà i calzini finché anche il Cile non sarà libero e democratico.

I coniugi Leal potrebbero tornare in Spagna, ma gli anni passati in Cile li hanno radicati nella nuova patria. Nemmeno il suicidio del figlio maggiore li spinge alla fuga e, come se fosse un brutto scherzo del destino, alla fine è il minore, Francisco, a fuggire.

Francisco Leal e Irene Beltràn hanno pestato i piedi sbagliati. Lavorano per una rivista e indagando sul caso di una ragazzina scomparsa hanno fatto troppo clamore. La scelta, per loro come per i genitori di Francisco tanti anni prima, è tra la morte e l’esilio.

Era ogni giorno più difficile trovare notizie allettanti per la rivista. Sembrava che nulla di interessante accadesse nel paese e quando accadeva la censura ne impediva la pubblicazione.

Il Cile 35 anni dopo D’amore e ombra

Trentacinque anni sono passati dalla pubblicazione di D’amore e ombra. Isabel Allende, nel frattempo, ha scritto decine di altri libri, ma con l’ultimo ha ripreso le fila di quel secondo romanzo: tornano la Spagna, l’esilio, il Cile.

Lungo petalo di mare finisce dove D’amore e ombra inizia ed esce in un momento molto delicato per il Cile: proteste per il caro vita, scontri violenti, il coprifuoco come ai tempi di Pinochet, un Governo (pare) dimissionario.

Questa crisi non si risolve con i militari per strada, sono necessari cambiamenti profondi. […]La gente è arrabbiata per gli stipendi da fame e il costo della vita, che obbliga la stragrande maggioranza a vivere a credito o in povertà, mentre i ricchi vivono nella loro bolla, evitando le tasse e accumulando sempre di più. Questo inevitabilmente crea violenza e ad un certo punto esplode. Così hanno iniziato tutte le rivoluzioni.

Isabel Allende su Facebook, a proposito delle proteste in Cile (qui il post completo)

Anche per la Spagna non è un momento facile. In Catalogna si protesta per la condanna dei leader indipendentisti e a Madrid la salma di Franco è stata rimossa appena qualche giorno fa dalla tomba monumentale che la ospitava. È stata portata in un cimitero civile, decisamente meno sfarzoso, con l’obiettivo di evitare ogni celebrazione di quel franchismo che la Allende racconta e che, evidentemente, è ancora avvertito come un pericolo.

S.B.
Coming Out Day, piedi arcobaleno

Coming Out Day, la storia di Athos Fadigati

Il Coming Out Day

Ieri, 11 ottobre, è stato il Coming Out Day. Ormai abbiamo un giorno per tutto (il giorno del gatto, della Nutella, della pace interiore…) e tra le tante giornate di dubbia utilità il Coming Out Day ha almeno il merito di portare l’attenzione sulla comunità LGBT anche al di fuori del periodo dei Pride.

Certo è, però, che già l’esistenza di una giornata del genere è un po’una sconfitta. “Festeggiare” il coming out, infatti, significa vederlo ancora come qualcosa di particolare, da tutelare o incoraggiare. Il Coming Out Day ha lo stesso sapore della festa della donna, una giornata che può essere positiva ma che in un mondo davvero civile non servirebbe. Ricorda che essere gay non è sempre facile e se non lo è adesso, nel passato lo era ancora meno. Nel periodo fascista, ad esempio, era un vero inferno.

La storia di Athos Fadigati

Athos Fadigati è un personaggio inventato, protagonista de Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, ma la sua storia potrebbe tranquillamente essere vera.

Fadigati è un uomo di mezza età, molto conosciuto nella Ferrara del 1936 per il suo studio medico, e porta degli strani occhiali d’oro. Tutti lo rispettano, finché qualcuno non nota qualcosa di strano nel suo stile di vita: non è sposato, eppure sarebbe un buon partito vista la sua professione, e di sera frequenta luoghi non raccomandabili. Passando di pettegolezzo in pettegolezzo, a Ferrara si comincia a pensare che sia gay.

All’inizio sono solo voci, ma quando Fadigati va in vacanza con un giovane amante, infrangendo tutte le regole non scritte della comunità perbenista e ipocrita di Ferrara, viene completamente emarginato.

Essere omosessuale e mostrarlo davanti a tutti senza mantenere più le apparenze, in piena epoca fascista, è troppo. Il modello è quello mussoliniano del macho eterosessuale, che compete nelle gare sportive del regime e frequenta i bordelli, non c’è spazio per altro. Fadigati, con i suoi occhiali strambi, il suo corpo tozzo e la sua incapacità di vedere che il giovane compagno lo sta in realtà usando, è per tutti ridicolo.

venivamo cercando su quel suo volto familiare le prove del suo vizio, del suo peccato.
Così ammette il narratore, e Fadigati, abbandonato e deriso da tutti, infine si suicida.

Verso il Coming Out Day

Ottanta anni ci separano dalla tragica fine di Athos Fadigati. Ad oggi, nei principali paesi europei, l’omosessualità non è un reato, non è considerata una malattia mentale e sono previste forme di matrimonio o unione civile per gay e lesbiche; in alcuni Stati anche l’adozione è permessa, ma non Italia (la legge Cirinnà del 2016 bocciò tra le polemiche la step child adoption, ovvero l’adozione dei figli del compagno/a). Quello che manca ora è rendere giornate come il Coming Out Day superflue. Quando una coppia omosessuale sarà per tutti (o quasi) semplicemente una coppia, non servirà più nessuna giornata del coming out.

S.B.