olimpiadi tokyo 2020

Olimpiadi Tokyo 2020 – Una provocazione…

Si sono concluse oggi le Olimpiadi Tokyo 2020. L’Italia torna a casa con un medagliere da record, ma oltre allo sport c’è di più. Infatti, più che mai questi sono stati Giochi che hanno affiancato allo sport molte altre questioni. Il problema della salute mentale, il Black Lives Matter, la vicenda dell’atleta bielorussa che il regime voleva rimpatriare, ad esempio. Poi, ancora, le rivendicazioni delle donne: la scelta delle ginnaste tedesche di indossare un body intero, anziché il classico sgambato, e la rivincita di Lucilla Boario, una delle “cicciottelle dell’arco” (titolo di giornale sui Giochi di Rio 2016).

La storia di Lucilla Boario accende i riflettori su un’ulteriore problema: il modo in cui i giornali parlano delle atlete. Professioniste chiamate solo con il nome di battesimo, come se fossero la vicina della porta accanto, mentre per i colleghi si usa logicamente il cognome; interi pezzi dedicati alla vita privata delle vincitrici e alle loro probabili (secondo chi?) aspirazioni di matrimonio e famiglia; commenti sull’aspetto fisico delle donne, non pertinenti con la loro performance in gara. Questo stile sessista ha ricevuto numerose critiche negli ultimi anni, ma non è del tutto scomparso. Immaginiamo allora, in modo ironico e provocatorio, che le parti siano invertite. Scriviamo un articolo su un immaginario atleta uomo alle olimpiadi Tokyo 2020, con tutti gli stereotipi che colpiscono le donne. Lo chiameremo Mario.

Mario, il ragazzo oro che incanta Tokyo

Mario Bianchi, trentadue anni, occhi azzurri e sorriso sicuro, è medaglia d’oro nello skateboard. Una favola, la sua, iniziata in un piccolo paese del nord Italia, dove vive tutt’ora con la fidanzata e i loro due cani, Pallina e Romeo. Al paese, duemila abitanti o poco più, nessuno ci crede: Mario ha vinto le Olimpiadi, è tutto vero? (*fotografia con zoom sui bei glutei di Mario*).

Un campione umile che colpisce subito per la sua bellezza singolare – l’ha presa dalla mamma, rivendicano alcuni parenti con orgoglio -, a cui però si aggiunge un gran cervello. Mario ci ha sempre creduto, ha condotto la gara perfetta, con testa e cuore, e ha vinto. Il sogno è realtà, e ora? Dopo quindici anni di attività agonistica a ritmi frenetici, non nega che la fatica inizia a farsi sentire. Conciliare lo sport fatto a un livello così alto con la vita privata non è facile. Forse è arrivato il momento di appoggiare lo skateboard al muro e chiedere a Francesca, la sua compagna da una vita, di sposarlo. Quando glielo chiediamo, Mario non nega che gli piacerebbe. Le nozze e, perché no, anche un figlio. Un finale da favola per una fiaba dorata.

Se questo articolo vi fa un po’ridere, o vi sembra patetico, o qualsiasi altra cosa vi susciti, chiediamoci perché dovremmo parlare così di una atleta. Qualcuno dirà che di articoli come questo ormai non ce ne sono più, ma non lasciamoci ingannare: ci sono. E se anche non ci fossero, appena cinque anni fa Lucilla Boario e le sue compagne di squadra erano “le cicciottelle dell’arco”. Cinque anni fa, non cinquanta. Dalle Olimpiadi Tokyo 2020 è tutto. Linea a Parigi 2024.

S.B.

Leggi anche: Silvia e Ciro Grillo, qual è la vittima perfetta di uno stupro?

ragazza di spalle

Silvia e Ciro Grillo, qual è la vittima perfetta per uno stupro?

Continua a tenere banco il caso di Silvia e Ciro Grillo, figlio del comico Beppe Grillo. Il ragazzo è accusato di stupro di gruppo insieme a tre amici, ma nega che ci sia stata violenza. Per lui, come per gli altri, la ragazza, Silvia, era consenziente. Lo stesso sostiene Beppe Grillo, che ha difeso il figlio in un video (analizzato qui) che ha scatenato numerose polemiche. La guerra sul consenso di Silvia nasce dal fatto che lei non è la vittima perfetta per uno stupro. Non risponde ai miopi criteri con cui la nostra società decide se è verosimile o meno che una donna abbia subito una violenza sessuale.

1)Silvia non ha urlato né pianto

Resiste ancora l’idea che una donna che non urla, o non piange disperatamente, in fondo sia consenziente. Una sorta di agghiacciante distorsione del detto “chi tace acconsente“. E tra Silvia e Ciro Grillo non c’è stata lotta, anzi, un filmato mostrerebbe la ragazza ridere insieme al gruppo.

2)Il giorno dopo non era diversa

In questo caso la credenza popolare è che uno stupro deve lasciare la vittima evidentemente devastata. Si cerca una prova visibile di ciò che è accaduto: lividi, graffi, o almeno un viso più triste del solito. Se invece tutto sembra perfettamente normale, ecco che arrivano i dubbi.

Silvia dopo la notte passata nella villa di Grillo è andata a fare kite surf. Un normalità apparentemente perfetta che ha alimentato molte insinuazioni sulla sua sincerità. Solo negli ultimi giorni è saltata fuori la testimonianza di un dipendente del B&B dove la ragazza alloggiava: secondo lui, la mattina dopo lei non era la stessa. Adesso, con uno sguardo maschile che certifica che c’era qualcosa di diverso, cambia tutto. Ora sì che possiamo crederle.

In realtà, però, sono moltissime le donne che il giorno dopo una violenza sessuale hanno continuato la loro vita di sempre. Alcune delle loro storie, raccolte dall’hashtag #ilgiornodopo, raccontano di ragazze che sono andate a fare shopping, al cinema, a scuola, a lavoro. Come al solito.

3)Non sembra una “brava ragazza”

Silvia e Ciro Grillo si conoscevano da poche ore quando lei ha accettato di andare a casa sua. Pare che avessero bevuto in discoteca, e poi che abbiano bevuto di nuovo dopo. Ma in Italia (e forse non solo) la vittima perfetta è la “brava ragazza“. Questo concetto, o meglio questa gabbia di cui ancora non ci siamo liberate, crea un ideale di ragazza seria, sempre responsabile (anche se ha sì e no vent’anni), che non beve, non assume droghe, non si mette in situazioni pericolose, non va a casa di quattro semisconosciuti. Ed ecco infatti che Beppe Grillo avrebbe commissionato un’indagine privata su Silvia, la sua personalità e gli effetti dell’alcol su di lei. Perché se lei fosse una “cattiva ragazza”, una che frequenta molti uomini e perde facilmente il controllo, sarebbe molto più facile spostare l’immaginario da uno stupro di gruppo a una banale serata di eccessi.

S.B.

Leggi anche: Ciro Grillo e Alberto Genovese – Due accusati fuori dal comune (Giovani Reporter)

Festival di Sanremo 2021 teatro Ariston

Festival di Sanremo 2021 per una “non sanremiana”

Festival di Sanremo 2021. Quando c’è Sanremo non si parla d’altro. Era così anche in tempi normali e, a maggior ragione, è così adesso, con coprifuoco e restrizioni a congelare le nostre serate. Io, però, Sanremo non lo guardo. Non con regolarità, almeno. Ho guardato un paio di serate lo scorso anno (e non fino alla fine), ma non è un appuntamento fisso. E non per chissà quale crociata ideologica, semplicemente perché non ho l’abitudine. In casa non lo abbiamo mai guardato, quindi non ho quella passione, frutto di anni di dibattiti familiari, per il commento del vestito del tale o della steccata dell’altro. Mia madre si è convertita negli ultimi anni, ma più che altro dorme sul divano. Alla tirata fino alle due del mattino ancora non si è abituata.

Io non guardo Sanremo, dunque, ma Sanremo mi raggiunge ugualmente. Storie su Sanremo su Instagram, post su Sanremo su Facebook, servizi su Sanremo alla tv, articoli su Sanremo sui giornali. Un’overdose di Sanremo. Fioriscono i critici musicali (non sapevo di conoscerne così tanti) e gli Enzo Miccio del web. Una mutazione antropologica interessante. Sicuramente meglio adesso che si improvvisano critici musicali di quando si improvvisavano virologi.

Da tutte queste fonti io ho, mio malgrado, un’idea di questo Festival di Sanremo 2021. Perché mi alzo, faccio colazione, accendo il cellulare e qualcuno si lamenta perché i big non sono davvero big. I cantanti di Sanremo li devi conoscere sennò che Sanremo è, mi dicono. Eppure, anche i Pinguini Tattici Nucleari erano sconosciuti e ora piacciono a tutti. Vabbè.

Pare che a forza di “su i braccioli, giù i braccioli” ci fosse un palloncino a forma di membro tra il pubblico (virtuale). Grazie Fiorello. Poi a Elodie cade un orecchino e su Twitter ne parlano in 1500 conversazioni (numero reale). E Bugo? Per ora non è scomparso.

Ovviamente ci sono anche le pagelle. Dei giornali, dei critici e di mille altri che si divertono così. Voti alle canzoni, voti ai vestiti… Elodie scivola ed ecco il classico articolo, irritante, che titola “incidente hot, il vestito fa vedere tutto!”. Ma non eravamo vaccinati, dopo la farfallina di Belen? E poi Achille Lauro che scatena la solita rissa social tra fan e hater. Qualcuno dice che non fa niente di originale (“lo facevano già Renato Zero e David Bowie”), ma intanto fa parlare. Come anche Francesca Michielin che ha dato i suoi fiori a Fedez.

Ho aperto Instagram stamattina e sotto un post su di loro c’era una bolgia di commenti che reclamavano i fiori solo alle cantanti donne, come segno di galanteria. Seriously? A volte mi sembra che i più di 70 anni che ci separano dalla prima edizione non siano mai passati. Francesca aveva già avuto i fiori. quindi ieri li ha dati a Federico, da pari a pari. Non le sembrava giusto che lui non li avesse. Dov’è lo scandalo? Ho capito che dare i fiori solo alle donne era una tradizione di Sanremo, ma le tradizioni si possono cambiare. Darli a tutti, senza distinzioni di genere, sarebbe più facile (e logico). Amadeus ci è arrivato ed ecco il cambio delle regole in corso. Ora anche Zlatan Ibrahimovic ha i suoi fiori.

Mentre finivo di scrivere mi è arrivata una notifica di un nuovo articolo su Sanremo. “Male anche la serata dei duetti“. Chi è il killer dell’auditel del Festival di Sanremo 2021? Forse il calcio (eppure Sanremo aveva Zlatan), o forse Netflix. Per noi “non sanremiani”, questa settimana Netflix è un amico prezioso.

S.B.

Leggi anche: Achille Lauro al festival di Sanremo 2020: genio o osceno?

Quote rosa. sì o no?

Quote rosa, servono davvero? (spoiler: sì)

La polemica sulle poche donne presenti nel nuovo governo italiano (8 su 23 ministri) ha riportato l’attenzione su diverse questioni. La scarsa presenza femminile in alcuni settori, le difficoltà che le donne incontrano nel raggiungere posizioni di responsabilità e anche le tanto contestate quote rosa.

Che cosa sono le quote rosa

Le quote rosa sono uno strumento che inserisce, per legge, un numero minimo di donne in determinati ambienti altrimenti prevalentemente maschili. Ci sono delle quote rosa, ad esempio, in politica. Le liste elettorali, infatti, devono contenere un numero minimo di candidate e vige la regola della doppia preferenza di genere. La rappresentanza di entrambi i generi deve essere poi garantita anche nelle giunte comunali e in tutti gli enti e le aziende di comuni e province. Nel 2013 il Tar del Lazio ha stabilito che il genere minoritario si considera ben rappresentato con una quota del 40%. (Tar Lazio, sentenza 21 gennaio 2013, n. 633)

Esistono anche le quote blu?

No. Ad oggi, le “quote blu” non esistono. Questa espressione è comparsa nel 2006, in un’intervista fatta dal Corriere della sera all’allora ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni (governo Prodi).

Fioroni sosteneva che la scuola fosse l’unico settore ad aver bisogno di “quote blu”, anziché di quote rosa, ritenendo un errore la quasi completa femminilizzazione dell’insegnamento. Oggi, in effetti, circa l’80% dei docenti è di sesso femminile, ma questo non basta per introdurre delle quote blu. Per farlo, infatti, servirebbe dimostrare che gli uomini sono così pochi perché sono esclusi o discriminati. In realtà, nella scuola italiana non ci sono barriere di ingresso per gli uomini analoghe a quelle che le donne devono superare in altri settori. Il problema, semmai, è culturale: molti uomini non scelgono l’insegnamento perché lo considerano ancora un mestiere da donna.

Le quote rosa servono davvero?

Le quote rosa non piacciono a tutti. Anche tra le donne non mancano le voci critiche: alcune sostengono di non averne bisogno, altre le considerano un “aiutino” non richiesto e più discriminatorio che utile, che insinuerebbe che le donne non possono farcela con le loro sole forze.

Dal mio punto di vista, non è così. Le quote rosa esistono perché le donne hanno tutte le carte in regola per conquistare i posti che vogliono in una gara equa, ma nel contesto italiano spesso la gara non è equa. Lo hanno dimostrato i numeri della pandemia: il 99% dei posti di lavoro persi erano di donne. Difficile pensare che sia solo una triste casualità.

In Italia una donna su due non lavora. E quelle che lavorano incontrano innumerevoli ostacoli. Si inizia con la classica, orribile domanda “vuole avere dei figli?” ai colloqui di selezione e poi si continua con stipendi inferiori e soffitti di cristallo. A ciò si aggiungono poi alcuni stereotipi ancora radicati: che alcuni lavori non siano adatti alle donne, che le donne siano meno competenti degli uomini in certi mestieri.

La politica, ad esempio, è stata a lungo considerata roba da uomini. Molti pensavano (e qualcuno lo pensa ancora) che le donne fossero troppo sensibili per questo mondo di forte contrapposizione. Senza le quote rosa, forse le donne in politica sarebbero ancora meno.

Conclusione: sì, le quote rosa servono

In un paese ideale, le quote rosa non servirebbero. Basterebbero le competenze, il merito indipendentemente dal genere. Ma l’Italia non è un Paese ideale. Ricapitolando: il 50% delle donne non lavora (approssimando per difetto), il 99% dei posti persi a causa del Covid erano di donne, gap salariale e soffitti di cristallo sono ancora perfettamente integri, soprattutto in alcuni settori tradizionalmente maschili. In questo contesto, le quote rosa secondo me possono aiutare. L’obiettivo, però, dovrebbe essere renderle inutili nei prossimi decenni, ma la strada sembra ancora lunghissima.

S.B.

san valentino 2021

San Valentino 2021: abbiamo bisogno di questa festa?

San Valentino 2021. Quest’anno la festa degli innamorati è, per forza di cose, un po’diversa . Con i ristoranti chiusi a cena, la maggior parte degli hotel fuori gioco e i divieti che fioccano come le mine nel vecchio gioco “Prato fiorito”, i nostri piani hanno dovuto subire un certo ridimensionamento. La cena romantica è diventata pranzo, il weekend fuori porta si è trasformato in una gita nella città limitrofa (o nella propria, nelle regioni arancioni). Sono rimasti i fiori e i cioccolatini, per la gioia di chi li vende e di chi, come la sottoscritta, usa la cioccolata come carburante.

Ma perché facciamo tutto questo? Mi è capitato di vedere, sui social, un post che chiedeva: “Se i single odiano san Valentino e i fidanzati dicono di non averne bisogno, a che serve san Valentino?”. Domanda lecita.

Perché san Valentino?

Alle origini della festa

Bazzicando su Google si trovano spiegazioni interessanti sull’origine di questa festa. Sul sito di Focus c’è un articolo (link in fondo) che sostiene che la ricorrenza di san Valentino sia nata per sostituire i lupercalia. Questi riti pagani, ancora diffusi nella tarda età romana, si svolgevano il 15 febbraio, e prevedevano festeggiamenti sfrenati. Per l’occasione, pare che uomini e donne corressero nudi per strada. Decisamente troppo per Papa Gelasio I. Il pontefice, contrariato, avrebbe deciso di stroncare questa usanza creando una festa dell’amore (cristianamente inteso) il giorno precedente. San Valentino, per l’appunto.

Di storie se ne trovano anche altre, ma oggi è la natura commerciale della festa a renderla protagonista.

San Valentino 2021, una questione economica

Che la festa degli innamorati sia un enorme affare lo abbiamo visto più che mai con questo san Valentino 2021. Le regioni arancioni hanno dovuto rinunciare al pranzo al tavolo e i ristoratori se la sono presa (e nemmeno poco). Il loro non è chiaramente un problema di romanticismo, ma di conti. Che fare di tutti gli ordini effettuati e delle tante prenotazioni per questa giornata? Quest’anno san Valentino viene pure di domenica, il che significa che, in tempi normali, ci sarebbero weekend romantici sold out in hotel, spa e simili, i ristoranti pieni. Più tutti gli acquisti di cioccolatini, fiori, gioielli e altri regali.

San Valentino non è come Natale o Pasqua, due feste che hanno ormai un enorme giro di denaro ma di cui tutti, bene o male, conosciamo senso e origine. Dei due o tre santi di nome Valentino molti di noi non sanno nulla. Se ci chiedono qualcosa andiamo a cercare su Google “storia di san Valentino”. Eppure, lo prendiamo come un giorno diverso. Un’occasione per andare a cena fuori o per fare un regalo al partner. Se si chiamasse san Federico o san Saverio, probabilmente per noi non cambierebbe molto.

Ma arrivando al dunque, abbiamo bisogno di questa festa? La mia risposta è “ni“. Non ci serve una festa per ricordarci del nostro partner (si spera), ma in fondo è una ricorrenza come altre. Abbiamo anche una giornata della Nutella, una giornata del gatto, una dei calzini spaiati. Possiamo avere anche una giornata degli innamorati. E poi, il bisogno è relativo. Se chiedo al fioraio all’angolo, lui sicuramente dirà che san Valentino gli serve.

S.B.

Leggi anche: San Valentino festa degli innamorati: perché? (Focus)

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Grease

Grease accusato di sessismo, chi ha ragione?

Qualche giorno fa la BBC ha mandato in onda Grease, il classico con John Travolta e Olivia Newton-John. Tuttavia, la trasmissione del film non ha soddisfatto tutti. Anzi, alcuni telespettatori hanno chiesto, tramite i social, che non venga più riproposto. La polemica, che si è infiammata soprattutto tra i giovani, ha per bersaglio alcune parti del musical, ritenute stereotipate o inopportune al punto che Grease è stato accusato di sessismo.

Le scene maggiormente criticate sono quelle che coinvolgono Putzie, un amico del protagonista Danny, che guarda sotto le gonne delle ragazze, e il presentatore radiofonico Vince Fontaine che, in occasione del ballo, invita con una battuta a formare solo coppie uomo-donna. Poi la trasformazione finale di Sandy da ragazza acqua e sapone a “pantera” e un passaggio della canzone Summer Nights, definito “rapey” (che incita allo stupro).

Inutile dire che il mondo del web si è subito spaccato tra i fan di Graese, che difendono il loro mito a spada tratta, e gli altri. Il risultato è stato una delle solite discussioni (virtuali) tra sordi, tra due schieramenti che non vogliono sentire l’uno le ragioni dell’altro.

Bene, io non sono una fan di Grease. L’ho visto (in casa abbiamo anche il dvd), ma non mi ha mai conquistato. Anzi, quando a dieci anni mi sono ritrovata a ballare You are the one that I want, con addosso una gonna plissettata, alla recita di fine anno, volevo sotterrarmi. Sarà che mi sono sempre sentita troppo poco Sandy…

Non ho, quindi, quell’affetto che spinge gli appassionati a difendere Grease ad ogni costo. Al contrario, alcune critiche le comprendo. Quello che invece non condivido è il processo alla storia, ma andiamo con ordine

La scena con Putzie che si sdraia sotto le panche per guardare le mutande alle ragazze è inopportuna? Nel 2021, magari sì. La battuta di Vince Fontaine è fuori luogo? Nel 2021, forse sì. La trasformazione di Sandy in panterona sexy promuove un’immagine stereotipata della donna? Per noi, probabilmente sì. Perché abbiamo conosciuto la body positivity e non siamo più così inclini a cambiare radicalmente noi stesse per il Danny Zucco di turno. Qualcun altro dirà che Sandy “ha solo imparato a valorizzarsi”… Punti di vista.

Poi, la canzone. In Summer nights compare la frase “Did she put up a fight?” (“lei ha lottato?”) che noi italiani abbiamo sempre ignorato. Ci è sempre sfuggita. Ma se sentissimo, in una canzone che racconta di una notte d’amore, “lei ha provato a liberarsi?”, “lei ha fatto resistenza?”, non penseremmo a qualcosa di non del tutto consensuale? Probabilmente ci colpirebbe, come Summer nights ha colpito alcuni giovani inglesi.

Detto tutto questo, Grease può anche essere accusato di sessismo, ma a che scopo? Si tratta di un film uscito negli anni Settanta e ambientato negli anni Cinquanta, quando la società era molto meno inclusiva. Il nostro passato è sessista, omofobo e razzista. Ma non si può processare il passato. Quella contro Grease è una polemica che può essere condivisa o meno, ma che non serve a molto. Il vero scandalo sarebbe veder uscire, quando i cinema riapriranno, nuovi film con scene come quelle contestate a Grease.

S.B.

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Amen e Awoman? Una gaffe dall’America

Tutto nasce da una preghiera. Il pastore Emanuel Cleaver, di Kansas City (USA), è un membro del Congresso americano, eletto con il partito democratico. In occasione dell’apertura dei lavori del Congresso, Cleaver pronuncia una preghiera e la conclude aggiungendo al classico “Amen” un insolito “A-woman“.

Linguisticamente, è una gaffe bella e buona. Una castroneria paragonabile alle molte dei nostri politici, come “il Pil cresce dove fa caldo” di Barbara Lezzi, per intendersi. “Amen“, infatti, è una parola ebraica che significa “e così sia”. Impossibile, quindi, sostituire quel “men” con “woman”. Attenzione, però, a liquidare la cosa come una stravaganza di uno squinternato sinistroide.

La lingua (l’inglese come le altre), infatti, a volte solleva problemi di genere e di inclusività. Basti pensare all’eterna disputa sui femminili in italiano (“ministra suona male”) o alla questione del maschile esteso (si usa il maschile per i gruppi misti di maschi e femmine, ad esempio) che ha portato qualcuno a chiedersi: “la lingua è sessista?“. La lingua, di per sé, non può essere sessista, semplicemente perché non ha potere senza qualcuno che la usi. Chi usa la lingua, lui (o lei) sì, può essere sessista e tradurre il sessismo in un determinato modo di esprimersi. Non è un caso che, ad esempio, in alcuni ambienti accademici o istituzionali adesso si raccomandi di includere il femminile: “buongiorno a tutte e a tutti”, “cari concittadini e care concittadine”.

Le intenzioni del pastore Cleaver, dunque, non sono da condannare a priori. Voleva comunicare un messaggio progressista, peraltro in linea con l’intenzione del suo partito di rivedere il linguaggio dei documenti congressuali, ma ha osato troppo in un campo rituale come la religione (se anche la sua modifica fosse stata etimologicamente corretta, i conservatori avrebbero lo stesso gridato allo scandalo). In più, ha sbagliato parola. Se al posto di “Amen” avesse scelto “manpower“, per dirne una, il discorso avrebbe avuto un senso: “manpower” significa “manodopera” e si potrebbe convertire in “humanpower“, includendo così anche le donne e allontanando l’idea che la manodopera debba essere innanzitutto maschile.

In conclusione, alla sottoscritta sembra troppo crudele il commento di Massimo Gramellini che, sul Corriere della sera, ha definito Cleaver “il primo cretino dell’anno”, ma “A-woman” proprio non trova una sua ragion d’essere. Peccato.

S.B.

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vigilia di natale 2020

Vigilia di Natale 2020, pensieri su un Natale “sobrio”

Vigilia di Natale 2020 | Siamo arrivati al 24 dicembre, il che significa che tra una settimana “il peggior anno di sempre”, come il Time ha definito il 2020, sarà terminato. Prima però ci sono le feste. “Sobrie“. come ci ripetono da settimane, ma esattamente che significa?

Non so voi, ma io all’aggettivo “sobrio” ho sempre associato un tono leggermente moralistico. Non esagerare, non farti notare, non ostentare. Sii sobrio, appunto. E tra sobrio e anonimo, il confine a volte è labile. Solo che sobrio è positivo, socialmente accettato e, anzi, encomiabile, anonimo no. Se sei sobrio con ogni probabilità sei, agli occhi degli altri, una persona che tiene un basso profilo ma con eleganza. Se sei anonimo, semplicemente non hai niente di speciale. Questo Natale è stato proclamato sobrio forse per coprire quanto sia in realtà anonimo?

Niente cenone della vigilia, niente pranzo di Natale, niente festa alcol, amici e assembramenti per Capodanno. Tutti sul divano a guardare il Grande fratello Vip con i conviventi, cercando di valutarne il grado di trash. Per necessità, naturalmente. Il classico ritrovo con nonni, zii e company sarebbe oggettivamente troppo rischioso, anche se le mille deroghe alla “zona rossa delle feste” confondono le acque. Sembra di stare davanti a uno di quei problemi delle prove Invalsi, con un trabocchetto a ogni riga. Tre persone con più di 14 anni che si spostano insieme, no. Due con più di 14 anni e una di 13 anni e 364 giorni, sì. Ma se quattro persone con più di 14 anni prendono due macchine diverse?

Un Natale, dunque, (in teoria) sobrio nei numeri. Un’altra storia sono i contenuti. In tv e sui social si rincorrono gli inviti al raccoglimento spirituale e a sfruttare queste feste sottotono per allontanarci dal consumismo sfrenato degli ultimi quarant’anni. Il tono è quasi quello della predica e rieccolo, quel pizzico di moralismo che segue l’idea di sobrietà. Sembra la versione natalizia di quel “ne usciremo migliori” che illuse mezza Italia in primavera. Ma se regaleremo ai nostri amici delle tristissime candele, rigorosamente pagate con la carta per avere il cash-back, sarà solo perché non siamo tutti statali e in questi mesi abbiamo lavorato poco e male.

Difficile che dopo mezzo secolo di consumismo “all’americana” diventiamo tutti alfieri della vita frugale. I grandi centri commerciali ieri erano ancora pieni, come le vie dello shopping e i ristoranti giapponesi. A qualche strada di distanza da casa mia, due abitazioni gareggiano sulle luci natalizie come Betty Lou e Martha May ne Il Grinch: una ha anche una finta renna con slitta sul tetto. Ma sarà un Natale sobrio.

Qualcuno dice che, dopo la pandemia, dobbiamo cambiare, che dobbiamo rallentare. Mi permetto di guardarlo con scetticismo. Vogliamo rallentare, ma abbiamo accelerato anche i tempi della scienza pur di avere, per questa vigilia di Natale 2020, un Santa Claus distributore di vaccini surgelati. Forse sarebbe più onesto dire che vogliamo tornare alla vita che avevamo, anche se era frenetica, consumistica e a tratti individualistica. Io, se fossi il 2021, avrei già una terribile ansia da prestazione. Buone feste a tutti.

S.B.

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Maestra d’asilo licenziata: il danno, la beffa e la giustizia

Maestra d’asilo licenziata | Inizia tutto con alcune foto. Nel 2018 una donna invia al fidanzato degli scatti e un video che la ritraggono senza vestiti, in pose provocanti. Poi la storia finisce, ma il materiale resta in memoria. Il ragazzo lo inoltra ad alcuni amici del calcetto e, da una chat all’altra, i contenuti incriminati arrivano sotto gli occhi della moglie di uno di loro. Il tutto si sarebbe potuto concludere con una classica lite coniugale, se la donna non avesse riconosciuto la maestra d’asilo del figlio. Apriti cielo. Fulmini e saette. Orrore. La moglie dell’amico allerta altri genitori, parte la solita macchina del fango. La maestra viene licenziata (o meglio, spinta a dimettersi) dalla direttrice scolastica.

Oltre al danno oltre la beffa, insomma. Non solo una vede gravemente violata la propria privacy, ma deve pure lasciare il lavoro. Come se non fosse vittima di un torto,ma colpevole di qualcosa. Ma di cosa, esattamente? Questa storia, attraverso i suoi protagonisti, suggerisce alcune considerazioni sparse:

  1. l’ex fidanzato, che ha diffuso il materiale senza il consenso della donna, non ha commesso una goliardata o una “ragazzata”, ma un reato. Il revenge-porn, infatti, dal 2019 è un illecito a tutti gli effetti e si configura come la diffusione di materiale sessualmente esplicito senza il consenso delle persone coinvolte. Che abbia mandato il video solo sulle chat del calcetto, per vantarsi con gli amici, anziché caricarlo su PornHub, non cambia la sostanza.
  2. per quelli del “se l’è cercata“, “ha sbagliato a mandare quella roba”: fidarsi può rivelarsi una scelta sbagliata ma non è un reato, diffondere senza consenso invece sì.
  3. far circolare le foto di una ex come si potrebbero scambiare le figurine Panini, è francamente agghiacciante.
  4. la moglie dell’amico che semina zizzania tra i genitori, anziché chiedersi perché il marito abbia sul cellulare determinati contenuti, dovrebbe rivedere le sue priorità.
  5. una maestra non può essere improvvisamente inidonea perché qualcuno ha diffuso senza il suo consenso un video hard, privato. Più che un problema di idoneità, questo è un problema di ipocrisia: si vuole la donna immacolata, che si guarda bene dal far sapere che ha una vita sessuale. Ma ai bambini non sarebbe cambiato niente (girare un video osé non è certo un sintomo di pedofilia o pericolosità), soltanto i genitori (più infantili dei figli) si sarebbero trovati a disagio, come se non avessero mai visto niente di simile. Senza contare che, se ne video ci fosse stato un uomo, si sarebbero fatti solo una bella risata.

A due anni di distanza dai fatti, la giustizia sta facendo il suo corso: la ragazza ha ottenuto un risarcimento dall’ex compagno, mentre la direttrice dell’asilo e la moglie dell’amico sono sotto processo per diffamazione. La giustizia, dunque, sta lavorando, anche se resta l’amarezza per una maestra d’asilo licenziata non si capisce bene per cosa.

S.B.

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Coronavirus in Svizzera per cantone

Coronavirus in Svizzera, i numeri della vita

La seconda ondata di Covid-19 non è un problema solo italiano. La pandemia ha ripreso forza e il Coronavirus in Svizzera ha fatto segnare fino a 5mila casi al giorno, in un Paese che ha appena 8 milioni di abitanti. Con 16mila letti già occupati, oltre il 70% dei 22mila totali (fonte: La Stampa), i medici svizzeri si preparano ad applicare un protocollo che, in caso di esaurimento dei posti, mette nero su bianco chi sarà intubato e chi no. Il documento, scritto a marzo ma non ancora applicato, adotta una logica semplice: precedenza ai giovani e sani. Cioè a coloro che, statisticamente, hanno più probabilità di sopravvivere.

Il Coronavirus in Svizzera e il calcolo della vita

In caso di sovraccarico delle terapie intensive, i malati di Coronavirus in Svizzera non saranno intubati se hanno più di 85 anni o se hanno più di 75 anni e gravi patologie pregresse. Chi ha meno di 75 anni, invece, avrà accesso alla rianimazione.

Nella Roma dei re la vita valeva 60 (anni)

La selezione dei soggetti più deboli nei momenti di crisi è una pratica che affonda le sue radici nella più remota antichità. Festo riferisce, infatti, che nella Roma delle origini (VI-V secolo a.C.) si usava gettare gli anziani da un ponte (forse il ponte Sublicio) al compimento del sessantesimo anno, cioè quando, per le aspettative di vita dell’epoca, erano ritenuti troppo vecchi. Ciò avveniva soprattutto in periodi di guerra o carestia, quando le risorse non bastavano per tutti. Pare che esistesse anche un macabro detto, comune in quei tempi arcaici – “i sessantenni giù dal ponte” -, nonostante alcuni autori classici cerchino di negare questa brutale consuetudine.

Il “valore” di ogni individuo per la comunità dipendeva dalla sua capacità di combattere, se uomo, o di procreare, se donna. Superata una certa età, entrambe le funzioni si esaurivano e i vecchi diventavano un peso. Si può dire, quindi, che per i Romani dei tempi di Tullo Ostilio il valore della vita fosse 60 (anni).

Tutto ciò accadeva in una società poco più che primordiale, da cui tutti noi ci sentiamo infinitamente distanti. Diventa difficile persino immaginarsela, la Roma del 600 a.C., senza Colosseo, gladiatori e senatori togati, un semplice conglomerato di capanne fangose. Eppure, nel cuore del continente europeo, più di 2500 anni più tardi, ci troviamo di nuovo a scremare gli uomini in base alla loro età.

Nella Svizzera del Coronavirus il numero critico è 85

Il Coronavirus in Svizzera ha riportato indietro l’orologio. Ha spinto verso un passato in cui la priorità era ottimizzare le risorse e l’articolo 3 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (“ogni individuo ha diritto alla vita”) non trovava spazio. Un quarantenne ha più probabilità di sconfiggere il Covid-19 di un novantenne. Se c’è un solo posto in terapia intensiva, dunque, andrà al quarantenne. Il “numero limite” della Svizzera, quello che per i Romani era 60, è 85. Ma come si calcola?

Presumibilmente, i medici svizzeri avranno combinato posti letto disponibili, statistiche di sopravvivenza al Covid ed età media della popolazione. Un calcolo crudo, fatto per la tenuta del sistema sanitario, ma che inevitabilmente taglia fuori molte variabili. Nel 2020, infatti, se davvero volessimo stabilire quanto ogni individuo dà alla comunità, non potremmo concludere, come in passato, che i vecchi sono solo di peso. Gli anziani oggi crescono i nipoti, aiutano con le loro pensioni figli perennemente precari, nella cosiddetta “terza età” si rimettono a studiare e a fare sport. Essi sono, quindi, una ricchezza e non solo in termini di esperienza e saggezza. Il Coronavirus e le statistiche sulla malattia, però, non possono includere tutto questo.

E l’Italia?

A ognuno di noi sarà capitato di chiedersi, almeno una volta da marzo a oggi, se gli ospedali italiani hanno un protocollo simile, chiuso in qualche cassetto. A primavera, nel momento più drammatico della prima ondata, si parlò di una selezione dei pazienti negli ospedali di Bergamo. Tra conferme e smentite, il dubbio è rimasto. Tuttavia, non c’è un protocollo reso pubblico come quello svizzero. Si parla di letti, di respiratori mancanti e di terapie intensive che si riescono (o non si riescono) ad attivare, ma non di scremature. Il rischio di non poter curare tutti esiste, ma resta un pensiero oscuro.

Il calcolo, quindi, non si fa. Non in modo sistematico almeno. Ci si aggrappa all’idea che tutte le vite meritano soccorso e non hanno una scadenza. Sessanta, settanta, ottanta anni. E in Italia forse ancora più che altrove la vita è quasi sacra. Questo ha i suoi lati problematici, tra chi vorrebbe negare il diritto all’aborto e chi si oppone strenuamente all’eutanasia anche per i malati terminali, ma con una pandemia in corso è in fondo rassicurante. Se fossi un anziano di 85 anni, non credo che vorrei vivere in Svizzera adesso. Penserei che, dopotutto, l’Italia non è così male: forse non ce la faranno, forse sul momento decideranno lo stesso di attaccare all’ultimo respiratore disponibile un giovane, ma almeno non hanno deciso a tavolino quanto vale la vita.

S.B.

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