Facebook down

Facebook down, un pomeriggio in stile 2003 tra disperati e felicissimi

Era un lunedì come tanti, poi metà del nostro mondo digitale è andata fuori uso. Mezza giornata senza WhatsApp, Facebook e Instagram. Praticamente non sapevamo più come comunicare. Con il grande Facebook down, il nostro pomeriggio è diventato strano. Twitter, improvvisamente pieno di ventenni, ha avuto sei ore di gloria e probabilmente pure Telegram ha fatto la sua parte.

Ma, se volevamo dire qualcosa di urgente a una persona, abbiamo dovuto telefonare. Telefonare, come i genitori. Che roba particolare. Ora c’è pure uno studio che mette nero su bianco che noi Millennials odiamo telefonare. Per quel che mi riguarda, è vero. Non chiamo mai, se posso mandare un messaggio o una email, e adesso che pare sia un qualcosa di generazionale mi sento pure meno in colpa. Sul fatto che questo ci renda una ‘generazione muta‘, come ci chiamano quei ricercatori nel loro report, però, mi permetto di dissentire.

Se poi proprio non volevamo chiamare, l’altro ieri, dovevamo usare gli sms. Chi se li ricordava più questi dinosauri della comunicazione? Personalmente, credo che Tim e Poste Italiane siano le uniche due (non) persone di cui ho letto un sms negli ultimi 5 anni, almeno.

Insomma, per un pomeriggio ci siamo dovuti arrangiare a comunicare come si faceva prima che WhatsApp esistesse. Niente instant messages, niente ultimi accessi e spunte blu di lettura. Tre squilli a vuoto, due sms persi nel nulla cosmico. Un piccione viaggiatore, per chi lo aveva nel cortile. Come nel 2003, quando Marck Zuckerberg si girava i pollici da qualche parte, pensando a un’idea un po’stramba che gli frullava nella testa. Una rete sociale. Connettere le persone via Internet. Nel 2004 quell’idea era diventata Facebook.

Nelle ore di Facebook down ho sentito (o letto) di persone disperate e di altre in paradiso. Qualcuno si è buttato su Twitter, qualcun altro ha pensato che fosse il momento giusto per qualche (onestamente già sentita) tiritera su quanto siamo dipendenti dai social ecc.. Sta di fatto che il mondo si è diviso in due squadre e mezzo: chi controllava Instagram ogni cinque minuti, cercando di non andare in iperventilazione; chi sorseggiava un tè sul divano, leggendo un vecchio libro e sperando che i social non risorgessero mai; e chi, stando a metà strada tra le due situazioni appena descritte, guardava Netflix buttando ogni tanto un occhio a WhatsApp. Perché va bene il Facebook down, ma quel messaggio della crush lo volevamo proprio ricevere. Chissà che delusione per qualcuno scoprire, all’una di notte, che il messaggio non c’era. E non per colpa del buon vecchio Mark.

Festival di Sanremo 2021 teatro Ariston

Festival di Sanremo 2021 per una “non sanremiana”

Festival di Sanremo 2021. Quando c’è Sanremo non si parla d’altro. Era così anche in tempi normali e, a maggior ragione, è così adesso, con coprifuoco e restrizioni a congelare le nostre serate. Io, però, Sanremo non lo guardo. Non con regolarità, almeno. Ho guardato un paio di serate lo scorso anno (e non fino alla fine), ma non è un appuntamento fisso. E non per chissà quale crociata ideologica, semplicemente perché non ho l’abitudine. In casa non lo abbiamo mai guardato, quindi non ho quella passione, frutto di anni di dibattiti familiari, per il commento del vestito del tale o della steccata dell’altro. Mia madre si è convertita negli ultimi anni, ma più che altro dorme sul divano. Alla tirata fino alle due del mattino ancora non si è abituata.

Io non guardo Sanremo, dunque, ma Sanremo mi raggiunge ugualmente. Storie su Sanremo su Instagram, post su Sanremo su Facebook, servizi su Sanremo alla tv, articoli su Sanremo sui giornali. Un’overdose di Sanremo. Fioriscono i critici musicali (non sapevo di conoscerne così tanti) e gli Enzo Miccio del web. Una mutazione antropologica interessante. Sicuramente meglio adesso che si improvvisano critici musicali di quando si improvvisavano virologi.

Da tutte queste fonti io ho, mio malgrado, un’idea di questo Festival di Sanremo 2021. Perché mi alzo, faccio colazione, accendo il cellulare e qualcuno si lamenta perché i big non sono davvero big. I cantanti di Sanremo li devi conoscere sennò che Sanremo è, mi dicono. Eppure, anche i Pinguini Tattici Nucleari erano sconosciuti e ora piacciono a tutti. Vabbè.

Pare che a forza di “su i braccioli, giù i braccioli” ci fosse un palloncino a forma di membro tra il pubblico (virtuale). Grazie Fiorello. Poi a Elodie cade un orecchino e su Twitter ne parlano in 1500 conversazioni (numero reale). E Bugo? Per ora non è scomparso.

Ovviamente ci sono anche le pagelle. Dei giornali, dei critici e di mille altri che si divertono così. Voti alle canzoni, voti ai vestiti… Elodie scivola ed ecco il classico articolo, irritante, che titola “incidente hot, il vestito fa vedere tutto!”. Ma non eravamo vaccinati, dopo la farfallina di Belen? E poi Achille Lauro che scatena la solita rissa social tra fan e hater. Qualcuno dice che non fa niente di originale (“lo facevano già Renato Zero e David Bowie”), ma intanto fa parlare. Come anche Francesca Michielin che ha dato i suoi fiori a Fedez.

Ho aperto Instagram stamattina e sotto un post su di loro c’era una bolgia di commenti che reclamavano i fiori solo alle cantanti donne, come segno di galanteria. Seriously? A volte mi sembra che i più di 70 anni che ci separano dalla prima edizione non siano mai passati. Francesca aveva già avuto i fiori. quindi ieri li ha dati a Federico, da pari a pari. Non le sembrava giusto che lui non li avesse. Dov’è lo scandalo? Ho capito che dare i fiori solo alle donne era una tradizione di Sanremo, ma le tradizioni si possono cambiare. Darli a tutti, senza distinzioni di genere, sarebbe più facile (e logico). Amadeus ci è arrivato ed ecco il cambio delle regole in corso. Ora anche Zlatan Ibrahimovic ha i suoi fiori.

Mentre finivo di scrivere mi è arrivata una notifica di un nuovo articolo su Sanremo. “Male anche la serata dei duetti“. Chi è il killer dell’auditel del Festival di Sanremo 2021? Forse il calcio (eppure Sanremo aveva Zlatan), o forse Netflix. Per noi “non sanremiani”, questa settimana Netflix è un amico prezioso.

S.B.

Leggi anche: Achille Lauro al festival di Sanremo 2020: genio o osceno?

san valentino 2021

San Valentino 2021: abbiamo bisogno di questa festa?

San Valentino 2021. Quest’anno la festa degli innamorati è, per forza di cose, un po’diversa . Con i ristoranti chiusi a cena, la maggior parte degli hotel fuori gioco e i divieti che fioccano come le mine nel vecchio gioco “Prato fiorito”, i nostri piani hanno dovuto subire un certo ridimensionamento. La cena romantica è diventata pranzo, il weekend fuori porta si è trasformato in una gita nella città limitrofa (o nella propria, nelle regioni arancioni). Sono rimasti i fiori e i cioccolatini, per la gioia di chi li vende e di chi, come la sottoscritta, usa la cioccolata come carburante.

Ma perché facciamo tutto questo? Mi è capitato di vedere, sui social, un post che chiedeva: “Se i single odiano san Valentino e i fidanzati dicono di non averne bisogno, a che serve san Valentino?”. Domanda lecita.

Perché san Valentino?

Alle origini della festa

Bazzicando su Google si trovano spiegazioni interessanti sull’origine di questa festa. Sul sito di Focus c’è un articolo (link in fondo) che sostiene che la ricorrenza di san Valentino sia nata per sostituire i lupercalia. Questi riti pagani, ancora diffusi nella tarda età romana, si svolgevano il 15 febbraio, e prevedevano festeggiamenti sfrenati. Per l’occasione, pare che uomini e donne corressero nudi per strada. Decisamente troppo per Papa Gelasio I. Il pontefice, contrariato, avrebbe deciso di stroncare questa usanza creando una festa dell’amore (cristianamente inteso) il giorno precedente. San Valentino, per l’appunto.

Di storie se ne trovano anche altre, ma oggi è la natura commerciale della festa a renderla protagonista.

San Valentino 2021, una questione economica

Che la festa degli innamorati sia un enorme affare lo abbiamo visto più che mai con questo san Valentino 2021. Le regioni arancioni hanno dovuto rinunciare al pranzo al tavolo e i ristoratori se la sono presa (e nemmeno poco). Il loro non è chiaramente un problema di romanticismo, ma di conti. Che fare di tutti gli ordini effettuati e delle tante prenotazioni per questa giornata? Quest’anno san Valentino viene pure di domenica, il che significa che, in tempi normali, ci sarebbero weekend romantici sold out in hotel, spa e simili, i ristoranti pieni. Più tutti gli acquisti di cioccolatini, fiori, gioielli e altri regali.

San Valentino non è come Natale o Pasqua, due feste che hanno ormai un enorme giro di denaro ma di cui tutti, bene o male, conosciamo senso e origine. Dei due o tre santi di nome Valentino molti di noi non sanno nulla. Se ci chiedono qualcosa andiamo a cercare su Google “storia di san Valentino”. Eppure, lo prendiamo come un giorno diverso. Un’occasione per andare a cena fuori o per fare un regalo al partner. Se si chiamasse san Federico o san Saverio, probabilmente per noi non cambierebbe molto.

Ma arrivando al dunque, abbiamo bisogno di questa festa? La mia risposta è “ni“. Non ci serve una festa per ricordarci del nostro partner (si spera), ma in fondo è una ricorrenza come altre. Abbiamo anche una giornata della Nutella, una giornata del gatto, una dei calzini spaiati. Possiamo avere anche una giornata degli innamorati. E poi, il bisogno è relativo. Se chiedo al fioraio all’angolo, lui sicuramente dirà che san Valentino gli serve.

S.B.

Leggi anche: San Valentino festa degli innamorati: perché? (Focus)

Leggi anche: Vigilia di Natale 2020, pensieri su un Natale “sobrio”

Grease

Grease accusato di sessismo, chi ha ragione?

Qualche giorno fa la BBC ha mandato in onda Grease, il classico con John Travolta e Olivia Newton-John. Tuttavia, la trasmissione del film non ha soddisfatto tutti. Anzi, alcuni telespettatori hanno chiesto, tramite i social, che non venga più riproposto. La polemica, che si è infiammata soprattutto tra i giovani, ha per bersaglio alcune parti del musical, ritenute stereotipate o inopportune al punto che Grease è stato accusato di sessismo.

Le scene maggiormente criticate sono quelle che coinvolgono Putzie, un amico del protagonista Danny, che guarda sotto le gonne delle ragazze, e il presentatore radiofonico Vince Fontaine che, in occasione del ballo, invita con una battuta a formare solo coppie uomo-donna. Poi la trasformazione finale di Sandy da ragazza acqua e sapone a “pantera” e un passaggio della canzone Summer Nights, definito “rapey” (che incita allo stupro).

Inutile dire che il mondo del web si è subito spaccato tra i fan di Graese, che difendono il loro mito a spada tratta, e gli altri. Il risultato è stato una delle solite discussioni (virtuali) tra sordi, tra due schieramenti che non vogliono sentire l’uno le ragioni dell’altro.

Bene, io non sono una fan di Grease. L’ho visto (in casa abbiamo anche il dvd), ma non mi ha mai conquistato. Anzi, quando a dieci anni mi sono ritrovata a ballare You are the one that I want, con addosso una gonna plissettata, alla recita di fine anno, volevo sotterrarmi. Sarà che mi sono sempre sentita troppo poco Sandy…

Non ho, quindi, quell’affetto che spinge gli appassionati a difendere Grease ad ogni costo. Al contrario, alcune critiche le comprendo. Quello che invece non condivido è il processo alla storia, ma andiamo con ordine

La scena con Putzie che si sdraia sotto le panche per guardare le mutande alle ragazze è inopportuna? Nel 2021, magari sì. La battuta di Vince Fontaine è fuori luogo? Nel 2021, forse sì. La trasformazione di Sandy in panterona sexy promuove un’immagine stereotipata della donna? Per noi, probabilmente sì. Perché abbiamo conosciuto la body positivity e non siamo più così inclini a cambiare radicalmente noi stesse per il Danny Zucco di turno. Qualcun altro dirà che Sandy “ha solo imparato a valorizzarsi”… Punti di vista.

Poi, la canzone. In Summer nights compare la frase “Did she put up a fight?” (“lei ha lottato?”) che noi italiani abbiamo sempre ignorato. Ci è sempre sfuggita. Ma se sentissimo, in una canzone che racconta di una notte d’amore, “lei ha provato a liberarsi?”, “lei ha fatto resistenza?”, non penseremmo a qualcosa di non del tutto consensuale? Probabilmente ci colpirebbe, come Summer nights ha colpito alcuni giovani inglesi.

Detto tutto questo, Grease può anche essere accusato di sessismo, ma a che scopo? Si tratta di un film uscito negli anni Settanta e ambientato negli anni Cinquanta, quando la società era molto meno inclusiva. Il nostro passato è sessista, omofobo e razzista. Ma non si può processare il passato. Quella contro Grease è una polemica che può essere condivisa o meno, ma che non serve a molto. Il vero scandalo sarebbe veder uscire, quando i cinema riapriranno, nuovi film con scene come quelle contestate a Grease.

S.B.

Leggi anche: Chiara Ferragni agli Uffizi, storia di uno scontro tra culture

Venere di Botticelli

Chiara Ferragni agli Uffizi, storia di uno scontro tra culture

Quello che fa Chiara Ferragni fa notizia. Che vada a Gardaland o a New York, a mangiare il pesce o a fare shopping, tutto diventa di dominio pubblico. La sua stessa presenza è uno scoop e le persone ne parlano, che sia per idolatrarla o per demonizzarla. La recente visita di Chiara Ferragni agli Uffizi, dunque, non poteva che fare scalpore, ma non è finita qui. Quello che si è scatenato sul web, infatti, sembra un vero e proprio scontro tra culture.

Chiara Ferragni agli Uffizi, il post del direttore

La visita di Chiara Ferragni agli Uffizi è stata accompagnata da un post, apparso sulla pagina Instagram del museo fiorentino, che ha fatto molto discutere.

Nel post l’influencer lombarda è paragonata a Simonetta Vespucci, la donna che avrebbe ispirato la Venere di Botticelli. Apriti cielo. A molti il paragone deve essere sembrato semplicemente blasfemo. Ma il post (incorporato alla fine dell’articolo) dice anche altro. Analizziamolo prima di giudicare.

La Venere e Chiara Ferragni, due ideali di bellezza

Il post basa l’analogia tra Chiara Ferragni e la Venere di Botticelli sul concetto di bellezza. Entrambe, stando a quanto scritto sulla pagina degli Uffizi, incarnerebbero perfettamente l’idea di bellezza dei loro tempi e risulterebbero affini anche esteticamente. Infatti, si legge, l’ideale femminile della donna con i capelli biondi e la pelle diafana è un tipico ideale in voga nel Rinascimento

La bellezza rinascimentale, tuttavia, è profondamente diversa da quella contemporanea. Le donne di Botticelli, come la Venere che si intravede nella foto alle spalle di Chiara, propongono una femminilità morbida che, nella mentalità dell’Umanesimo, vuole essere simbolo di fecondità. Noi, al contrario, arriviamo da decenni di idolatria del fitness e dei corpi magri. Ve la immaginate la Venere di Botticelli a comprare su Amazon un trattamento detox e a farsi fare la schedina in palestra per scolpire gli addominali? 

Questo non significa che il Rinascimento trascurasse il corpo. Anzi, il detto mens sana in corpore sano (mente sana in corpo sano), di origine latina (Giovenale, Satire), diventa un vero e proprio pilastro dell’educazione rinascimentale. Ma si tratta di uno stile di vita improntato sull’equilibrio, che ha poco a che vedere con la nostra diet culture.

Il mito dell’influencer

Il paragone, fin qui decisamente forzato, prosegue tirando in ballo il mito. Come Simonetta Vespucci è stata fonte di ispirazione per Botticelli, così Chiara Ferragni incarna un mito per milioni di follower

Questo, oggettivamente, è vero. L’account Instagram di Ferragni conta oltre 20 milioni di follower e non c’è dubbio che il rapporto che si instaura tra alcuni fan, quelli più accaniti, e gli influencer sia molto simile all’idolatria. Persone che comprano quello che Chiara Ferragni indossa e promuove, che vorrebbero fare quello che lei fa. In questo senso, quindi, non è scorretto affermare che oggi l’influencer cremonese è  una sorta di divinità contemporanea (altro passaggio del post fortemente criticato). Divinità in senso lato, ovviamente, di una religione tutta terrena che corre sui social e influenza lo stile di vita dei suoi membri, o follower che dir si voglia. 

Chiara Ferragni agli Uffizi, benvenuta a Firenze?

Per difendere l’influencer dalle critiche è intervenuto, tra gli altri, il sindaco di Firenze Dario Nardella. Chiara Ferragni per lui è la benvenuta a Firenze, soprattutto in un momento così difficile per le città d’arte. 

Di altro avviso molte altre persone. Sotto il post degli Uffizi, infatti, le critiche non mancano. Il servizio fotografico di Ferragni nel museo rappresenterebbe uno smacco per la cultura italiana, costretta a svendersi per tirare avanti. Un’influencer non sarebbe un  personaggio adeguato a un tempio dell’arte. Ma l’arte non era un patrimonio comune?

Chiara Ferragni agli Uffizi sì, Chiara Ferragni agli Uffizi no, dunque. Sembra una delle solite polemiche da leoni da tastiera, invece è un vero scontro tra civiltà. Da un lato la cultura del web, che porta tutto (anche l’arte) sui social network, dall’altro la cultura tradizionale che considera il museo come una sorta di Pantheon, per pochi eletti adeguatamente preparati. Tra le due sembra aver avuto la meglio la prima e il direttore degli Uffizi, il tedesco Eike Schmidt, può festeggiare la buona riuscita della sua operazione di marketing:Libreriamo parla di un boom di visite nell’ultimo weekend, con un +27% di under 25.  . Il servizio fotografico di Chiara Ferragni agli Uffizi, dopotutto, ha avuto il suo effetto positivo, quindi viene da chiedersi: perché no?

Il post della discordia

Visualizza questo post su Instagram

Ieri ed oggi … I canoni estetici cambiano nel corso dei secoli. L’ideale femminile della donna con i capelli biondi e la pelle diafana è un tipico ideale in voga nel Rinascimento. Magistralmente espresso alla fine del ‘400 da #SandroBotticelli nella Nascita di #Venere attraverso il volto probabilmente identificato con quello della bellissima Simonetta Vespucci, sua contemporanea. Una nobildonna di origine genovese, amata da Giuliano de’Medici, fratello minore di Lorenzo il Magnifico e idolatrata da Sandro Botticelli, tanto da diventarne sua Musa ispiratrice. Ai giorni nostri l’italiana Chiara Ferragni, nata a Cremona, incarna un mito per milioni di followers -una sorta di divinità contemporanea nell’era dei social – Il mito di Chiara Ferragni, diviso fra feroci detrattori e impavidi sostenitori, è un fenomeno sociologico che raccoglie milioni di seguaci in tutto il mondo, fotografando un’istantanea del nostro tempo. 🌍ENG: Beauty standards change in the course of time. The female ideal of a blonde- haired woman with diaphanous skin is a very common beauty model in the Renaissance. Masterfully expressed by the Florentine Sandro Botticelli in The birth of Venus maybe portraying the face of one of his contemporary, Simonetta Vespucci. A beautiful noble woman, of Genoese origin, beloved by Giuliano de’ Medici, the younger brother of Lorenzo the Magnificent ; she was so worshiped by Sandro Botticelli that she became his muse. Nowadays, Chiara Ferragni, born in Cremona, embodies a role model for millions of followers – a sort of contemporary divinity in the era of social media – The myth and the story of Chiara Ferragni, argued by harsh critics and supported by faithful fans, is a real sociological phenomenon that involves millions of supporter worldwide and it can undoubtedly be considered a snap-shot of our time.

Un post condiviso da Gallerie degli Uffizi (@uffizigalleries) in data:

S.B.

castello dell'imperatore Prato

Setta di Prato, conoscere un “vampiro”

Prato, 9 giugno 2020. Riti satanici, abusi sessuali, minacce di Apocalisse. Sembra un libro di Stephen King, invece è la storia della setta di Prato.

La notizia, per noi pratesi, non era del tutto nuova. Già a febbraio si parlava di una setta satanica, che soggiogava ragazzi e ragazze e organizzava riti degni di un film horror dei più crudi. Si riuniva nei posti più impensabili, anche in un parco non lontano da casa mia, anche alla multisala.

Solo negli ultimi giorni, tuttavia, i giornali hanno diffuso il nome del capo della setta di Prato, il “vampiro“, come lui stesso si faceva chiamare. E qui cambia tutto, perché l’anonimo pervertito, di cui avevo visto solo una foto in maschera, assume le sembianze di un ragazzo che ho conosciuto alcuni anni fa.

Era, probabilmente, il 2016 e di mezzo c’era un progetto extrascolastico. Non ricordo più quale, ne facevo troppi. Un paio di incontri in un locale del centro, due chiacchiere davanti a un cappuccino. Forse non ci siamo detti più dei rispettivi nomi, ma lui è lì, immancabile, tra i miei amici di Facebook. Ricordo di aver pensato, quando l’ho conosciuto, che fosse poco loquace, uno di quelli che se la tirano troppo. Da qui a immaginarlo a capo di una setta satanica, però, ce ne corre. Eccome se ce ne corre.

Anche il mio ragazzo lo conosce, il nome me l’ha detto lui per primo. La conversazione è cominciata con un “non ci crederai, ma io il vampiro lo conosco” ed è finita a cercare una foto di una squadra di basket, in tenuta rossa e bianca, del 2012.

Quando i giornali intervistano i conoscenti dei serial killer e quelli, puntualmente, se ne escono con “era una brava persona” e “salutava sempre”, a volte è difficile crederci davvero. Eppure anche il vampiro della setta di Prato, quando era solo un giocatore di basket e un liceale, salutava sempre. E sorrideva. Se c’era già del marcio, non si vedeva. Non da fuori, almeno, non senza avvicinarsi troppo. Non esiste nessun mister Hyde che reca impressa nel suo aspetto la sua profonda depravazione. I mostri si nascondono dietro una giacca stirata.

S.B.

Leggi anche: A capo di una setta circuiva ragazzi costringendoli a rapporti sessuali

App ‘Immuni’ icone: sessismo o polemica inutile?

Chadia Rodriguez "Bella così"

Chadia Rodriguez Bella così contro il body shaming

È uscita da pochi giorni l’ultima canzone della rapper Chadia Rodriguez “Bella così” feat. Federica Carta. Il pezzo è una denuncia delle molte pressioni sociali che le donne subiscono, ogni giorno, sul loro aspetto fisico. Troppo grasse, troppo magre, troppo appariscenti, troppo sciatte, troppo poco femminili… Sempre “troppo” o “troppo poco” in un’eterna rincorsa di un modello perfetto e irraggiungibile.

Chadia Rodriguez “Bella così”: le storie dietro la musica

La canzone di Chadia è un collage di storie vere che l’artista ha raccolto e condiviso sul suo account Instagram. Melissa ha subito una violenza all’età di 15 anni: il suo aggressore, di fronte a ripetuti rifiuti, le ha detto che non voleva stare con lui perché era grossa e complessata. Greta ha scelto di diventare donna nonostante lo stigma che ancora circonda i transessuali: su Instagram qualcuno le ha scritto che è una fortuna che suo padre sia morto, perché così non ha visto come è diventato suo figlio. Infine, Stefania, che ama i tatuaggi i piercing e le ragazze: sui social le domandano se sia un maschio o una femmina, le è capitato di essere allontanata dai locali; a volte si è chiesta se non fosse lei a essere sbagliata.

se a loro non vai bene infondo non è tua la colpa

perché tu sei bella così

(Chadia Rodriguez “Bella così” feat.Federica Carta)

Aspettative e body shaming , l’equilibrismo delle donne

Per essere sicure di non ricevere critiche più meno velate, se non vere e proprie offese, le donne dovrebbero riuscire a restare in equilibrio tra aspettative opposte. Quindi non essere né “secche” né “balene”(si chiama “grassofobia” l’atteggiamento, purtroppo diffuso, di repulsione nei confronti delle persone sovrappeso) ma oscillare solo nella fascia del peso forma per una questione non puramente salutistica ma estetica. Poi ancora non mostrarsi troppo disinibite ma neanche puritane, perché se “tr*ia” è un insulto anche “suora” non è un complimento. In più truccarsi bene, indossare i vestiti giusti, avere sempre i capelli in piega. In una parola: rasentare la perfezione, alimentare il culto dell’immagine del nostro secolo. A tutto questo la canzone di Chadia Rodriguez “Bella così” oppone un messaggio di rivalutazione delle imperfezioni e accettazione di sé: le donne sono belle così, anche con i capelli in disordine, le unghie non smaltate e senza vestiti firmati, perché “solo chi non ti ama ti vuole diversa“.

Piacere mi chiamo Donna

convivo col difetto e con la vergogna

se giro con i tacchi e la gonna corta

se sono troppo magra o troppo rotonda

mi hanno chiamato secca e balena

gridato in faccia e sussurrato alla schiena

mi hanno dato della suora, della troia, della scema

senza trucco, senza smalto e crema

(Chadia Rodriguez “Bella così” feat.Federica Carta)

S.B.

qui il video di Chadia Rodriquez “Bella così”

Leggi anche: Body shaming, oltre i capelli di Giovanna Botteri

body shaming, "love the body you have"

Body shaming, oltre i capelli di Giovanna Botteri

Il caso Botteri-Striscia la Notizia: è body shaming?

Un servizio di Striscia la Notizia è stato accusato di body shaming. Il motivo? Ironizzava, in modo non molto riuscito, sull’aspetto di Giovanna Botteri, giornalista Rai inviata a Pechino. Nel mirino gli outfit poco originali e i capelli non troppo curati della giornalista. Tecnicamente, il body shaming è questo:

body shaming (body-shaming) s. m. inv. Il fatto di deridere qualcuno per il suo aspetto fisico. ♦ Treccani online

Troppo grasso, troppo magro, troppo basso, troppa cellulite, troppe smagliature, troppo trasandato…

Il body shaming è un effetto collaterale della nostra società dell’immagine: tutto ciò che non si avvicina al modello proposto (imposto) dalla televisione e poi amplificato dai social è oggetto di biasimo. Come una donna che non è truccata e non sembra appena uscita dal parrucchiere.

A Striscia si può concedere il beneficio del dubbio – la conclusione in studio sembra voler ironizzare più che deridere la collega – ma in ogni caso il suo servizio è solo la punta di un iceberg.

Donne in tv: l’Italia ha la “sindrome della velina”

Il problema viene da lontano e Laura Boldrini lo aveva già individuato nel 2013, quando chiese apertamente di rivedere il ruolo della donna in tv perché «solo il 2% esprime pareri, parla. Il resto è muto, a volte svestito». In pratica, un esercito di veline.

Ma il problema non sono nemmeno le veline, non in sé almeno. Il problema è la differenza tra uomini e donne: agli uomini non sarebbe mai chiesto di portare una busta in boxer, né di ballare in prima serata in mutande per poi sedersi in silenzio su un bancone. Gli uomini stanno sul palco in giacca e cravatta, professionali, e presentano. Le donne danzano seminude. Se i ruoli si invertono, si tratta quasi di eccezioni: l’unico uomo che è costantemente seminudo sullo schermo è il Bonus di Avanti un altro!

Certo, le conduttrici non sono semi-svestite. Michelle Hunziker, ad esempio, mentre commentava il servizio sulla collega Botteri, era ineccepibilmente vestita. Altre donne, come Barbara Palombelli e Lilli Gruber, guidano programmi di attualità, uscendo dal classico schema donne-gossip e uomini-politica, e questo è un passo avanti, ma non basta. Sono ancora troppo poche le donne che in tv appaiono come professioniste dell’informazione.

Botteri-Striscia: la risposta della giornalista

Dopo il servizio di Striscia, mandato in onda il 28 aprile, Giovanna Botteri ha risposto alle critiche con una lettera aperta pubblicata dal sindacato dei giornalisti Rai.

Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne ».

Giovanna Botteri ha centrato il problema: certi canoni superficiali e restrittivi, che ingabbiano molte donne e non solo le giornaliste, dovrebbero essere superati.

Striscia la Notizia ha respinto le accuse al mittente, sostenendo che il servizio voleva essere a favore della collega e contro gli haters che la criticavano sui social per il suo aspetto. Alcune testate, come TPI, hanno sposato la loro versione, ma, ripeto, non è questo il punto. Quel servizio è soltanto la punta di un iceberg che dovrebbe cominciare a squagliarsi.

S.B.

Leggi anche:

Giovanna Botteri, Striscia la Notizia e gli attacchi: la replica (da leggere) della giornalista(Vanity Fair)

Revenge porn su Telegram? E’un problema di cultura

Il cancro infantile ai tempi del Covid-19 {intervista}

L’emergenza sanitaria ha messo a dura prova gli ospedali italiani. Visite e interventi non urgenti sono stati rimandati, ma non tutto può essere dilazionato. Chi combatte contro il cancro infantile, infatti, non può mettere in lockdown la sua battaglia.

L’Italia ha avuto nel 2019 371mila diagnosi di tumore (dati del Ministero della Salute) e l’Airc ( Associazione italiana registri tumori ) calcola circa 7000 nuovi casi tra i bambini e 4000 tra gli adolescenti tra 2016 e 2020.

Ma come il Coronavirus sta cambiando la vita di questi pazienti? Facciamo il punto con Maricla Pannocchia, presidente dell’ Associazione Adolescenti e cancro (Rosignano Solvay, LI) che segue ragazzi tra i 13 e i 24 anni, provenienti da tutta Italia, nella lotta contro il cancro infantile.

Ciao Maricla, che cosa fa concretamente la tua associazione?

Ciao a tutti, la mia associazione di volontariato Adolescenti e cancro organizza gite e altre attività ricreative gratuite per ragazzi/e da tutta Italia che hanno o hanno avuto il cancro. In più facciamo sensibilizzazione sul cancro infantile e dell’adolescente. Inoltre collaboro con varie associazioni di settore in diverse città e ci sono tante famiglie che ci seguono attivamente.

Riuscite a continuare le vostre attività in questo periodo di quarantena?

In questo periodo sto organizzando dei laboratori creativi online per gli adolescenti oncologici. Sto inoltre lavorando su un video che parli ai ragazzi oncologici, o ex oncologici, del Coronavirus in un linguaggio adatto alla loro età. Credo sia fondamentale, perché ogni giorno riceviamo migliaia di informazioni, spesso contraddittorie, sull’argomento. Per i giovani pazienti oncologici e le loro famiglie è invece fondamentale avere un accesso veloce e semplice a informazioni da fonti attendibili.

Adolescenti e cancro, contro il cancro infantile

I pazienti che assistete stanno proseguendo regolarmente le loro terapie? Incontrano ostacoli o cambiamenti?

In linea di massima i pazienti oncologici devono rivolgersi al proprio team medico per qualunque dubbio relativo al proseguimento delle terapie o dei controlli. Di solito si scoraggia l’interruzione delle terapie, mentre può capitare che dei controlli “non urgenti” possano essere posposti. I cambiamenti più difficili sono quelli che riguardano le raccolte fondi, per esempio per le famiglie che devono portare i figli all’estero. L’annullamento degli eventi di raccolta fondi ha avuto un impatto sia su queste famiglie sia sulle Associazioni che le supportano.

Quanto pesa su di loro la quarantena, psicologicamente impegnativa per tutti? La presenza costante dei genitori, in molti casi a casa per il blocco delle attività, può aiutarli?

Anche qui penso che sia una situazione individuale e che varia anche in base all’età. Questi bambini e ragazzi spesso hanno già affrontato la loro personale quarantena durante il periodo delle terapie e per quelli ancora in cura la vita era fatta di mascherine, distanza sociale e amuchina da ben prima che queste diventassero regole per tutti. Questi bambini e ragazzi conoscono sin troppo bene la privazione e molti sono in grado di vedere il lato positivo della quarantena. Specialmente per chi ha finito le terapie la quarantena è tempo trascorso in salute e con i propri cari. Poi ci sono quelli che, finite le terapie, avrebbero dovuto riprendere pian piano la “vita normale” e invece si sono ritrovati con tutto il mondo in quarantena. Non lamentiamoci, siamo forti, siamo uniti e siamo umani, questi sono gli insegnamenti che ho percepito dai bambini e ragazzi oncologici.

Bambini e adolescenti sembrano la fascia meno a rischio Coronavirus, ma immagino che questo non valga per quelli che devono combattere un tumore. Ci sono per loro misure di sicurezza aggiuntive o accorgimenti particolari?

Sì, sembra che bambini e ragazzi siano meno colpiti, anche se nel mio paese recentemente c’è stato il caso di un diciottenne. Comunque, chi sta affrontando le terapie generalmente ha un sistema immunitario più debole che rende più semplice contrarre infezioni o malattie. Da sempre i pazienti oncologici devono stare lontano da chi è malato (es. febbre, raffreddore ecc…). Per loro è doppiamente importante rispettare le regole: la distanza sociale, evitare aggregazioni, indossare la mascherina, lavarsi le mani frequentemente e bene. E’ fondamentale per queste famiglie rivolgersi al team medico per qualunque dubbio. Fra i gruppi considerati più a rischio ci sono chi ha finito la chemio da massimo 6 mesi, chi ha ricevuto radioterapia all’addome o alla milza, chi è in mantenimento a lungo termine con gli steroidi, chi ha finito le terapie ma ha problemi duraturi e cronici a cuore, polmoni, reni o problemi neurologici.

Ricordo che io non sono un professionista medico però m’informo sempre da fonti attendibili, anche straniere. E’ fondamentale per i ragazzi e per i genitori informarsi sempre e solo su siti attendibili come quello del Governo o quelli delle Associazioni che operano nel campo dell’oncologia in generale o dell’oncologia pediatrica in particolare.

Associazione Adolescenti e cancro contro il cancro infantile
Adolescenti e cancro, contro il cancro infantile

Le storie di alcuni dei ragazzi seguiti dall’associazione Adolescenti e cancro di Maricla sono raccolti nel suo libro Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici.Il ricavato è destinato alle iniziative dell’associazione e al progetto della fondazione Cure2Children ONLUS a Pristina (Kosovo).

S.B.

Joaquin Phoenix Joker

Joaquin Phoenix, la forza del Joker agli Oscar 2020

Joaquin Phoenix ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per Joker. Meritato? Meritatissimo. Il Joker è un personaggio strambo e complesso, che nel film con Phoenix è molto di più del nemico storico di Batman.

Joaquin Phoenix è Joker: uomo e clown

Il terribile clown che terrorizza Gotham City è, a rigor di logica, un cattivo. Non si può infatti dire che Joker, assassino impenitente e a tratti sadico, non sia a tutti gli effetti un criminale. Tuttavia, il film con Joaquin Phoenix, campione d’incassi nel 2019, va a ricostruire l’uomo, Arthur Fleck, sotto il trucco del clown.

Arthur Fleck è un malato mentale. Frequenta una psichiatra, dovrebbe prendere dei farmaci mentre assiste suo malgrado la madre. Vorrebbe fare il comico, ma (quasi) tutti lo disprezzano. La sua vita procede quindi in equilibrio precario tra la malattia e le umiliazioni della vita quotidiana, finché questo equilibrio non si spezza.

Uccidere per Fleck diventa una rivincita. La reazione scellerata di un emarginato contro una casta di ricchi che lo hanno sempre deriso e di un figlio contro una madre che gli ha rovinato la vita, così nascono i primi delitti. Da qui in poi la transizione verso il Joker è inarrestabile.

Oltre il personaggio: il Joker come prodotto sociale

Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia?!(Joker prima di sparare allo showman Murray Franklin)

Arthur Fleck smette di andare dalla psichiatra (e poi di prendere gli psicofarmaci) perché il progetto di assistenza di cui beneficiava viene tagliato. Uccide tre rampolli nella metropolitana perché loro, come molti altri, lo deridono. Il Joker è dunque una responsabilità collettiva.

Joaquin Phoenix: “usare la nostra voce per i senza voce”

Arthur Fleck è uno che, nella sua Gotham City, non ha voce in capitolo. Come molti altri poveri o malati, non conta niente. E proprio a tutti coloro che non hanno voce Joaquin Phoenix ha dedicato parte del suo discorso alla cerimonia degli Oscar (qui il discorso completo).Penso che il dono più grande che (il cinema, ndr) ha dato a me e a molti di noi sia l’opportunità di usare la nostra voce per i senza voce

Phoenix riconosce poi di aver sbagliato molto – sono stato una canaglia per tutta la mia vita, sono stato egoista – ma di aver avuto una seconda chance. Non c’è redenzione, invece, per il Joker.

Arthur Fleck prende la via del crimine, ma il sorriso insanguinato di Joaquin Phoenix, che chi ha visto il film non dimenticherà tanto presto, racconta una storia diversa dal solito. Mostra un Joker profondamente umano, frutto di una vita di abusi e della cattiveria di molti. Riesce a far dimenticare per un paio d’ore che, nella normalità, Batman è il buono e Joker il cattivo.

S.B.