Amen e Awoman? Una gaffe dall’America

Tutto nasce da una preghiera. Il pastore Emanuel Cleaver, di Kansas City (USA), è un membro del Congresso americano, eletto con il partito democratico. In occasione dell’apertura dei lavori del Congresso, Cleaver pronuncia una preghiera e la conclude aggiungendo al classico “Amen” un insolito “A-woman“.

Linguisticamente, è una gaffe bella e buona. Una castroneria paragonabile alle molte dei nostri politici, come “il Pil cresce dove fa caldo” di Barbara Lezzi, per intendersi. “Amen“, infatti, è una parola ebraica che significa “e così sia”. Impossibile, quindi, sostituire quel “men” con “woman”. Attenzione, però, a liquidare la cosa come una stravaganza di uno squinternato sinistroide.

La lingua (l’inglese come le altre), infatti, a volte solleva problemi di genere e di inclusività. Basti pensare all’eterna disputa sui femminili in italiano (“ministra suona male”) o alla questione del maschile esteso (si usa il maschile per i gruppi misti di maschi e femmine, ad esempio) che ha portato qualcuno a chiedersi: “la lingua è sessista?“. La lingua, di per sé, non può essere sessista, semplicemente perché non ha potere senza qualcuno che la usi. Chi usa la lingua, lui (o lei) sì, può essere sessista e tradurre il sessismo in un determinato modo di esprimersi. Non è un caso che, ad esempio, in alcuni ambienti accademici o istituzionali adesso si raccomandi di includere il femminile: “buongiorno a tutte e a tutti”, “cari concittadini e care concittadine”.

Le intenzioni del pastore Cleaver, dunque, non sono da condannare a priori. Voleva comunicare un messaggio progressista, peraltro in linea con l’intenzione del suo partito di rivedere il linguaggio dei documenti congressuali, ma ha osato troppo in un campo rituale come la religione (se anche la sua modifica fosse stata etimologicamente corretta, i conservatori avrebbero lo stesso gridato allo scandalo). In più, ha sbagliato parola. Se al posto di “Amen” avesse scelto “manpower“, per dirne una, il discorso avrebbe avuto un senso: “manpower” significa “manodopera” e si potrebbe convertire in “humanpower“, includendo così anche le donne e allontanando l’idea che la manodopera debba essere innanzitutto maschile.

In conclusione, alla sottoscritta sembra troppo crudele il commento di Massimo Gramellini che, sul Corriere della sera, ha definito Cleaver “il primo cretino dell’anno”, ma “A-woman” proprio non trova una sua ragion d’essere. Peccato.

S.B.

Leggi anche: Parliamo come pensiamo, il problema del genere femminile